Nel Campeche riemerge una città maya: piramide di 13 metri e 14 fra altari e stele
Una missione messicano-slovena ha individuato nella riserva di Calakmul un insediamento rimasto coperto dalla vegetazione, battezzato Minanbé. Intanto l'agenzia europea EACEA ha formalizzato la revoca del finanziamento alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del Padiglione russo.
Nella riserva naturale di Calakmul, nello stato messicano di Campeche, una collaborazione fra ricercatori messicani e sloveni ha individuato un insediamento maya rimasto per secoli sotto la vegetazione fitta. Il sito comprende una piramide alta circa 13 metri, in stile Río Bec, e 14 fra altari e stele scolpiti. Gli studiosi lo hanno battezzato Minanbé, espressione maya traducibile come «non c’è strada», in riferimento alla collocazione remota. La scoperta è il punto d’arrivo di trent’anni di esplorazioni condotte nelle pianure centrali maya dall’archeologo Ivan Šprajc, come riferisce Artribune.
La notizia proviene al momento da un’unica origine (l’annuncio della missione archeologica messicano-slovena diretta da Ivan Šprajc); nessuna conferma indipendente disponibile.
Cosa c’è e cosa manca
Vale la pena distinguere fra ciò che l’annuncio descrive e ciò che documenta. L’elenco è preciso sul piano architettonico — l’altezza della struttura principale, lo stile costruttivo, il numero dei monumenti scolpiti — e generico su tutto il resto: non compaiono nel materiale disponibile una datazione dell’insediamento, un’estensione dell’area, un riferimento a rilievi strumentali o a pubblicazioni scientifiche già uscite. Lo stile Río Bec indica una tradizione architettonica riconoscibile, non una cronologia certificata.
Il nome scelto per il sito, «non c’è strada», è una scelta degli studiosi e non un toponimo antico documentato: descrive la difficoltà di accesso, non l’identità storica del luogo. Fino alla pubblicazione dei dati di scavo o di rilievo, la scoperta resta un annuncio di missione — categoria che nell’archeologia mesoamericana produce ogni estate un numero consistente di titoli, e un numero minore di articoli in rivista.
Venezia perde il finanziamento europeo
Si è chiusa a luglio, invece, la procedura che riguarda i conti della Biennale di Venezia. L’iter di revoca del finanziamento europeo, avviato in aprile 2026 dopo l’annuncio della riapertura del Padiglione della Russia — chiuso nelle edizioni del 2022 e del 2024, dopo l’invasione dell’Ucraina — si è concluso con la formalizzazione dell’interruzione da parte dell’EACEA, l’agenzia europea per l’istruzione e la cultura, su raccomandazione legale della Commissione europea. Il finanziamento revocato riguardava il triennio 2025-2028. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha ricordato che quelle risorse erano destinate proprio alla Biennale Cinema. Lo riporta Sky TG24 sulla base della conferenza stampa della Biennale e della decisione dell’agenzia europea.
Anche su questa vicenda la notizia proviene al momento da un’unica origine (la conferenza stampa della Biennale con la decisione EACEA riferita da Sky TG24); nessuna conferma indipendente disponibile, e nel materiale a disposizione non compare l’importo revocato.
I due fatti stanno agli antipodi della filiera culturale: uno riguarda ciò che una missione scientifica trova sul terreno, l’altro ciò che un’istituzione culturale perde in bilancio per una decisione politica sul perimetro della partecipazione russa. In entrambi i casi il documento che permetterebbe di misurare la portata — il rapporto di scavo da un lato, l’atto di revoca con la cifra dall’altro — non è finora pubblico.
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