Sessant'anni di nascite in discesa: la fecondità italiana scende a 1,14
Il bollettino Istat sugli indicatori demografici del 2025 e i bilanci mensili del 2026 misurano una curva che parte dal 1964: 355 mila nati, saldo naturale a -296 mila, un residente su quattro oltre i 65 anni. La popolazione resta quasi ferma solo per via delle migrazioni.
La fonte è il report Istat «Indicatori demografici – Anno 2025», diffuso con il bollettino del 30 marzo 2026 e ripreso nell’elaborazione dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani; i dati di dettaglio sono riportati anche da Quotidiano Sanità. L’intervallo di confronto non è l’anno scorso: è il 1964, quando in Italia nacquero oltre un milione di bambini.
Da quel picco la serie scende con poche interruzioni. Sotto le 500 mila nascite si è passati nel 2014, sotto le 400 mila nel 2022. Nel 2025 i nati sono 355 mila, il 3,9% in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna tocca il minimo storico di 1,14, con età media al parto salita a 32,7 anni.
Il secondo indicatore è il saldo naturale, cioè la differenza fra nati e morti: -296 mila unità nel 2025, contro i -283 mila del 2024, con 652 mila decessi. Nonostante questo, al 1° gennaio 2026 i residenti sono 58 milioni 943 mila, un valore sostanzialmente stabile: la compensazione arriva interamente dal saldo migratorio, di entità analoga. I residenti di cittadinanza straniera sono 5 milioni 560 mila, cresciuti di 188 mila unità (+3,5%) in un anno, pari al 9,4% della popolazione.
La terza serie riguarda l’età. Gli over 65 sono aumentati dell’11,3% in dieci anni e rappresentano oggi il 25,1% dei residenti; la speranza di vita è di 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. È la combinazione dei due movimenti — meno nati, più anziani — a dare alla curva la sua forma, non uno dei due preso da solo.
Sul versante delle intenzioni, l’Istat rileva che la quota di 18-49enni che dichiara di voler avere un figlio è passata dal 50,7% del 2003 al 45,3% del 2024. Qui il limite è nella natura del dato: è un’indagine campionaria su intenzioni dichiarate, che misura orientamenti e non comportamenti, e va letta come tendenza di ventun anni, non come previsione. Anche i dati infrannuali vanno maneggiati per quello che sono: il bilancio demografico mensile Istat registra 56 mila nati nei primi due mesi del 2026, -1,7% sullo stesso periodo del 2025, ma copre due mesi su dodici ed è un aggiornamento in corso d’anno, non un totale annuo.
Sul mercato del lavoro la direzione, per ora, è opposta: il comunicato Istat «Occupati e disoccupati – Luglio 2026», diffuso il 1° settembre e pubblicato come dato provvisorio, conta 24 milioni 370 mila occupati, 307 mila in più su base annua, con tasso di occupazione al 63,2% e disoccupazione al 5,8%; il tasso giovanile sale invece al 18,9% (Format Research, SoldiOnline).
Le due serie hanno passi diversi: l’occupazione si misura di mese in mese, la composizione per età si muove su decenni. Con gli over 65 al 25,1% dei residenti e un saldo naturale di -296 mila, la stabilità del totale della popolazione dipende oggi da una sola voce, il saldo migratorio.
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