Golfo di Oman e Hormuz: rivendicazioni incrociate, cifre che non combaciano
Il Comando centrale statunitense dichiara di avere affondato cinque petroliere iraniane, la Guardia rivoluzionaria rivendica attacchi a navi e a una base in Giordania. Quasi tutti i numeri disponibili arrivano dalle parti in guerra: ecco cosa è attribuito a chi.
Il 9 settembre 2026 il Comando centrale statunitense ha dichiarato di avere distrutto cinque petroliere iraniane. Nelle stesse ore la Guardia rivoluzionaria iraniana ha rivendicato attacchi contro due cacciatorpediniere statunitensi, contro la base statunitense di Al Azraq in Giordania e contro una decina di navi nello stretto di Hormuz. Il Comando centrale ha smentito che unità da guerra statunitensi siano state colpite. L’esercito giordano, terzo attore coinvolto suo malgrado, ha riferito di avere abbattuto diciotto missili iraniani su venti diretti verso il proprio territorio. Le due ricostruzioni giornalistiche disponibili — El País e Cadena SER — poggiano su comunicati militari e dichiarazioni ufficiali delle parti: nessuna verifica indipendente sul terreno risulta al momento pubblicata, e questo giornale non è in grado di confermare né gli affondamenti né i danni rivendicati.
Vale la stessa cautela per i bilanci umani, che divergono a seconda di chi li diffonde e del periodo che coprono. Il portavoce del ministero della Salute iraniano Hossein Kermanpour ha indicato diciotto morti e centoquarantadue feriti fra le 20:30 del 30 agosto e le 20:30 del 2 settembre, senza distinguere fra civili e militari. Il ministro della Salute Mohammad Reza Zafarghandi, ripreso dalla televisione di Stato iraniana, ha parlato di diciotto uccisi e centootto feriti per la sola notte fra il 1° e il 2 settembre. Le due cifre non sono sommabili e non sono sovrapponibili: coprono finestre temporali diverse e categorie diverse. L’agenzia Tasnim, vicina alla Guardia rivoluzionaria, ha portato ad almeno tredici il numero dei militari iraniani uccisi in quella settimana, fra cui tre piloti. Sul versante opposto, la copertura in inglese di Reuters e di Radio Free Europe/Radio Liberty richiama le diciotto vittime militari statunitensi e gli oltre settecentocinquanta feriti dichiarati da Washington.
L’episodio più discusso resta l’attacco a una cerimonia nuziale nella provincia di Hormozgan. La Mezzaluna Rossa iraniana vi attribuisce almeno quattro morti e circa sessantasette feriti; fra le vittime, secondo l’ufficio del governatore provinciale, figurano persone minorenni, i cui dati questo giornale non riporta. Il portavoce del Comando centrale, il capitano Tim Hawkins, non ha commentato direttamente quel raid e ha affermato in generale che «l’esercito americano non prende mai di mira i civili» (trad. dal francese). Secondo fonti citate da Reuters e riprese da Brasil de Fato, l’obiettivo sarebbe stata una torre di telecomunicazioni distante circa centotrentacinque metri dall’abitazione colpita: anche questa resta una ricostruzione attribuita, non un accertamento.
Sul piano politico va segnalata una dichiarazione che questo giornale riporta soltanto come tale. Nel notiziario mattutino del 10 settembre, l’agenzia di stato turca Anadolu attribuisce al presidente statunitense Donald Trump la previsione che la guerra con l’Iran «finirà immediatamente» (trad. dall’inglese) dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Trattandosi di un’unica origine, e di un’origine statale, l’affermazione non è per noi un fatto verificato ma una dichiarazione attribuita ad Anadolu: nessuna conferma indipendente risulta disponibile. Nello stesso notiziario Anadolu riferisce anche l’accoglienza favorevole di otto ministri degli Esteri, fra cui quello turco, al divieto britannico di importazione dagli insediamenti israeliani illegali; anche questo passaggio resta attribuito alla sola agenzia.
Il calendario diplomatico non si ferma: il diciottesimo vertice dei leader BRICS si tiene a New Delhi, nella sede di Bharat Mandapam a Pragati Maidan, il 12 e il 13 settembre, preceduto l’11 settembre dal foro d’affari della presidenza indiana. È la chiusura dell’anno di presidenza avviato il 1° gennaio 2026, articolato in oltre trecentocinquanta riunioni in più di venticinque città. La partecipazione del presidente russo Vladimir Putin è data per confermata, quella del presidente cinese Xi Jinping attesa ma non ufficializzata. Per la settimana ad alta sicurezza le scuole di Delhi resteranno chiuse venerdì 11 settembre, con oltre trentacinque tratti stradali regolati e ventidue punti di deviazione.
Fonti: El País; Cadena SER; U.S. News & World Report (Reuters); GlobalSecurity.org (RFE/RL); franceinfo (AFP); CNN Arabic; KCH FM; Anadolu (agenzia di stato turca); Business Standard; Foreign Policy; NewsX.
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