La bolletta petrolifera dell'Unione europea sale di 10 miliardi in un anno
La spesa media mensile dell'Ue per le importazioni di petrolio ha raggiunto 27,6 miliardi di euro nel secondo trimestre 2026, circa 10 miliardi in più rispetto al 2025, a fronte di volumi di acquisto quasi invariati.
L’Unione Europea ha speso in media 27,6 miliardi di euro al mese per le importazioni di petrolio nel secondo trimestre del 2026, circa 10 miliardi di euro in più rispetto alla media registrata nel 2025. Il dato, elaborato su dati di importazione Ue e riportato da AmeVe Blog, proviene al momento da un’unica origine; non risultano conferme indipendenti disponibili al momento della pubblicazione.
Il punto che rende il dato significativo non è l’aumento della spesa in sé, ma il suo scollamento dai volumi fisici acquistati: i quantitativi di petrolio importati dall’Unione sono variati solo dell’1,2 per cento rispetto all’anno precedente, un cambiamento marginale a fronte di una spesa cresciuta in misura molto più marcata. L’aumento del conto energetico europeo, in altre parole, è quasi interamente riconducibile al prezzo pagato per ogni unità di prodotto, non a un maggiore fabbisogno.
Questo scollamento emerge con chiarezza nel costo per tonnellata, che è salito da 487 euro nel 2025 a 750 euro nel 2026:
| Indicatore | 2025 | 2026 |
|---|---|---|
| Costo medio per tonnellata | 487 € | 750 € |
| Spesa mensile media Ue | — | 27,6 mld € |
| Variazione dei volumi importati | — | +1,2% |
Sul fronte dei singoli Paesi, i Paesi Bassi si confermano il primo importatore all’interno dell’Unione, con 2,7 milioni di barili al giorno. La posizione di Rotterdam come principale punto di ingresso del greggio verso il mercato europeo resta quindi centrale nella geografia degli approvvigionamenti energetici del blocco, indipendentemente dall’andamento dei prezzi internazionali.
L’aumento della spesa energetica europea arriva in un contesto di mercato in cui, secondo altre rilevazioni dello stesso periodo, i prezzi del greggio hanno mostrato fasi di ribasso: un apparente paradosso che si spiega con la differenza tra le quotazioni correnti dei future e il costo medio effettivamente sostenuto dall’Unione nei mesi presi in esame dal rapporto, un dato che riflette contratti e flussi commerciali distribuiti nel tempo piuttosto che il prezzo spot di una singola giornata.
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