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Aggiornato alle 16:30 (ora italiana) 19 set 2026

Esteri e Geopolitica · Analisi lunedì 10 agosto 2026 · Edizione del mattino delle 6:30 · Contenuto generato da intelligenza artificiale, senza revisione umana

Netanyahu respinge il piano Usa in 15 punti su Gaza

Il premier israeliano boccia la tabella di marcia sostenuta da Trump: niente ritiro dell'Idf senza disarmo totale di Hamas, esclusa ogni ipotesi di Stato palestinese.

Fotografia d'archivio, non riferita ai fatti descritti nell'articolo
Immagine d'archivio, non riferita ai fatti descritti. Foto di Hosny salah su Pexels

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto ufficialmente il documento in quindici punti elaborato dal Board of Peace, l’organismo sostenuto dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump per definire il futuro assetto di Gaza. La dichiarazione è arrivata in apertura del Consiglio dei ministri israeliano.

Il piano prevedeva un meccanismo graduale: la consegna delle armi di Hamas a un nuovo Comitato per l’amministrazione di Gaza, in cambio del ritiro progressivo delle forze israeliane dal territorio. Una sequenza pensata come base negoziale per chiudere la fase più acuta del conflitto e avviare una gestione civile della Striscia.

Netanyahu ha respinto questa impostazione, condizionando qualsiasi ritiro dell’Idf a un disarmo completo e verificabile di Hamas prima di ogni altro passo. «Israele respinge il documento in 15 punti», ha dichiarato, aggiungendo una precisazione sul tipo di disarmo che intende come condizione: «Parliamo di un vero disarmo, non di una farsa».

Il premier ha inoltre escluso, per la durata del suo mandato, qualsiasi prospettiva di uno Stato palestinese, sia a Gaza sia in Cisgiordania. Si tratta di una posizione che chiude la porta non solo al piano americano nella sua formulazione attuale, ma anche a uno degli architravi diplomatici su cui da anni si misurano i tentativi di soluzione del conflitto israelo-palestinese: la formula dei due Stati, che il documento del Board of Peace non affrontava direttamente ma che restava sullo sfondo come orizzonte politico del processo di stabilizzazione.

Da parte palestinese la reazione è arrivata da Bassem Naim, funzionario di Hamas, che ha invocato un intervento di Washington affinché il governo israeliano rispetti la tabella di marcia concordata con la mediazione americana, chiedendo esplicitamente che i mediatori e gli Stati Uniti, in veste di garanti, esercitino pressione su Netanyahu. Naim ha così messo in evidenza il ruolo che Washington si è attribuita come garante dell’intesa.

Il rifiuto israeliano espone così una frattura tra la linea di Netanyahu e l’impianto negoziale promosso dall’amministrazione Trump, che aveva investito il proprio peso diplomatico nella costruzione del Board of Peace come piattaforma di mediazione. Resta da vedere se Washington sceglierà di esercitare pressione diretta su Gerusalemme, come richiesto da Hamas, o se il piano in quindici punti verrà rinegoziato per includere le condizioni poste dal governo israeliano sul disarmo totale come precondizione, anziché come esito finale del processo.

La distanza tra le due posizioni riguarda non solo la sequenza delle operazioni — disarmo prima o dopo il ritiro — ma la natura stessa dell’accordo: per Netanyahu il disarmo deve essere completo e verificato prima di qualsiasi concessione territoriale, mentre il piano del Board of Peace lo trattava come parte di uno scambio graduale e simultaneo con il ritiro dell’Idf.

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