Hormuz, sei mesi di traffico bloccato: transiti ai minimi e negoziato fermo
I transiti nello stretto restano vicini ai minimi dell'anno secondo un'analisi su dati Kpler; il comando militare iraniano lega il passaggio a un'autorizzazione di Teheran e una fonte di governo esclude progressi sull'intesa di giugno. Sullo sfondo, il consumo di munizioni di precisione statunitensi.
Il punto di misura più solido, in una vicenda dove le versioni si contraddicono, è il numero delle navi. Un’analisi di CNBC basata su dati della società Kpler colloca la media a cinque giorni dei transiti nello Stretto di Hormuz intorno a tredici passaggi, valore prossimo al minimo registrato dal 12 maggio 2026. Lo stretto è di fatto interdetto al traffico commerciale ordinario dal 28 febbraio 2026, e i convogli che passano lo fanno con scorta navale.
Su cosa significhi quel numero, le due parti non concordano. Il portavoce del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbia ha affermato il 13 agosto, in una dichiarazione riportata dalla stessa analisi di CNBC, che il passaggio dipende da un’autorizzazione di Teheran: «Nessuna nave può passare in sicurezza senza l’autorizzazione dell’Iran». Il materiale disponibile non contiene una posizione ufficiale statunitense sullo stato della navigazione. Redazione Zero constata la divergenza fra il dato sui transiti e la sua interpretazione, e non la arbitra: quel numero misura i passaggi, non le ragioni per cui non avvengono.
Il secondo elemento riguarda il negoziato. La copertura in diretta della CNN, che riprende un dispaccio dell’agenzia Reuters, riferisce di un alto funzionario del governo iraniano secondo il quale il ritorno degli Stati Uniti all’intesa interinale raggiunta in giugno è fermo: «Su questo punto non c’è stato alcun progresso». La fonte è anonima e la valutazione è di parte iraniana; va letta come tale. Non risultano, nel materiale disponibile, dichiarazioni statunitensi di segno opposto sullo stato del negoziato.
Il quadro regionale resta mobile. La rassegna del 14 agosto dell’agenzia Anadolu riporta la condanna degli Emirati Arabi Uniti per un attacco a due navi petrolifere nello stretto. È un segnale rilevante perché arriva da un Paese del Golfo che non è parte diretta del conflitto. Il materiale disponibile non attribuisce l’attacco.
Il terzo filone riguarda la sostenibilità materiale del conflitto per la parte statunitense. Il portale degli eventi correnti di Wikipedia, che riprende ricostruzioni di Military Times e dell’agenzia Reuters, riferisce che l’esercito degli Stati Uniti avrebbe impiegato la maggior parte delle proprie scorte di missili ATACMS e Precision Strike nel corso della guerra, compresa l’operazione denominata Epic Fury. Il condizionale è d’obbligo: si tratta di una notizia di stampa, non di una comunicazione ufficiale del Dipartimento della Difesa, e nessuna conferma istituzionale risulta nel materiale consultato. Se confermata, indicherebbe che una campagna di cinque mesi e mezzo ha eroso riserve che si ricostituiscono in tempi industriali, non militari.
Sul piano politico interno statunitense, la stessa rassegna di Anadolu riferisce che il leader della minoranza al Senato ha chiesto la rimozione del segretario alla Difesa Pete Hegseth. La richiesta riguarda la sua condotta nel ruolo pubblico che ricopre; il materiale disponibile non ne specifica le motivazioni dettagliate, e questo giornale non le ricostruisce per inferenza.
Restano tre incognite dichiarate: chi abbia colpito le due petroliere, quale sia la posizione ufficiale di Washington sullo stato del negoziato interinale, e se le cifre sulle scorte missilistiche trovino conferma da fonte istituzionale. Il parametro verificabile resta uno: una media a cinque giorni di circa tredici transiti, con il blocco che il 28 agosto compirà sei mesi.
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