Sudan, mezzo milione di persone chiuse dentro el-Obeid
Le RSF stringono l'assedio sulla capitale del Nord Kordofan. L'Ufficio ONU per i diritti umani parla di rischio di catastrofe; a poche centinaia di chilometri, ad al-Fasher e a Kadugli, la carestia è già stata confermata.
La città di el-Obeid, capitale dello stato sudanese del Nord Kordofan, è al centro di un assedio che secondo le Nazioni Unite tiene intrappolate circa mezzo milione di persone. Le Rapid Support Forces (RSF) stringono il cerchio mentre tentano di consolidare il controllo sulle regioni del Kordofan e del Darfur, e l’Ufficio dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani ha avvertito del rischio di una catastrofe umanitaria in città, secondo la ricostruzione di Al Jazeera fondata su dichiarazioni dell’OHCHR e su testimonianze raccolte sul terreno.
I segnali misurabili di un assedio, quando l’accesso è chiuso e i conteggi diretti impossibili, sono quasi sempre gli stessi: il prezzo del cibo e il prezzo dell’acqua. A el-Obeid, riferiscono le testimonianze raccolte, i generi alimentari sono arrivati a costare fino al 300% in più e l’acqua è raddoppiata. Sono numeri di seconda mano, dichiarati come tali, ma descrivono una città in cui il mercato ha smesso di funzionare come mercato e la sopravvivenza dipende da chi controlla le strade in entrata.
«I civili subiscono condizioni d’assedio da diciotto mesi» (trad. dall’inglese) — Volker Türk, Alto commissario ONU per i diritti umani
La ragione per cui questa vicenda va guardata adesso, e non quando arriveranno i bilanci, sta in ciò che è già accaduto altrove nello stesso conflitto. Ad al-Fasher e a Kadugli le condizioni di carestia non sono un’ipotesi: sono state confermate dal sistema IPC, la classificazione integrata delle fasi della sicurezza alimentare, con un comunicato congiunto delle agenzie delle Nazioni Unite ripreso dall’UNICEF, che segnala insieme fame, malnutrizione e accesso umanitario impedito in vaste aree del paese. La conferma di carestia non è una formula retorica: è una soglia tecnica, e viene dichiarata quando i dati disponibili la superano, non quando la situazione comincia a peggiorare.
C’è poi un precedente che pesa sul giudizio politico. A febbraio 2026 la Missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Sudan ha concluso che le azioni delle RSF a el-Fasher presentano i tratti caratteristici del genocidio contro le comunità zaghawa e fur, come si legge nel comunicato dell’OHCHR. È una conclusione di un organismo d’inchiesta, non una sentenza di un tribunale: la distinzione va tenuta ferma, perché confondere accertamento internazionale e giudizio penale è il modo più rapido per rendere inutilizzabile un dato che invece conta. Ma è anche la ragione per cui l’allarme su el-Obeid non è una previsione generica: riguarda lo stesso attore armato e lo stesso schema — accerchiamento, blocco degli ingressi, collasso dei prezzi di base.
Cosa sappiamo e cosa no
Il numero delle persone intrappolate — circa 500 mila — è una stima delle Nazioni Unite, non un censimento. In una città sotto assedio i movimenti di popolazione sono continui e la verifica indipendente sul terreno è limitata: il dato va letto come ordine di grandezza. Non è invece incerto ciò che manca: gli operatori umanitari non entrano in ampie porzioni del paese, e senza ingresso non ci sono né soccorsi né rilevazioni.
Le tre fonti che sostengono questo articolo — un’agenzia di informazione internazionale, l’ufficio ONU per i diritti umani e le agenzie umanitarie con il sistema IPC — convergono su un punto, e divergono su nulla di sostanziale: il Sudan è passato dalla fase in cui si temeva la fame a quella in cui la fame è misurata e classificata in almeno due località. La domanda aperta è se el-Obeid entrerà nello stesso elenco.
Sul piano internazionale, il dossier sudanese non produce oggi le reazioni che producono conflitti con un numero molto minore di persone coinvolte. La differenza non sta nella gravità dei fatti — un assedio che dura da diciotto mesi secondo l’Alto commissario ONU, una conclusione d’inchiesta sui tratti del genocidio a el-Fasher — ma nella distanza dalle catene di attenzione: nessuna delle parti in campo è un fornitore energetico, un partner commerciale di primo piano o un attore che minaccia rotte marittime.
Il dato concreto da cui ripartire è quello dell’accesso: finché i convogli non entrano, ogni valutazione sul numero di persone in condizioni di fame a el-Obeid resta una stima esterna, e le uniche cifre verificate del Sudan restano quelle di al-Fasher e Kadugli.
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