Lo yen resta a ridosso di 160 per dollaro: il nodo è il divario tra Tokyo e Washington
Il governo di Sanae Takaichi apre a un rialzo dei tassi della Banca del Giappone tra settembre e ottobre, ma la valuta non si allontana dalla soglia che in passato ha preceduto gli interventi pubblici. Sull'altro lato del divario, i dati statunitensi di luglio e agosto arrivano più deboli delle attese.
Un governo che incoraggia la banca centrale ad alzare i tassi è una rarità, e in Giappone è quanto sta accadendo: secondo fonti governative riferite da Bloomberg, l’esecutivo guidato da Sanae Takaichi è favorevole a un aumento del costo del denaro deciso dalla Banca del Giappone già a settembre o a ottobre. L’apertura, però, non ha spostato il cambio: la valuta giapponese è rimasta attorno a 159,36 per dollaro, appena sotto quella quota di 160 che negli ultimi anni ha funzionato da soglia di allarme per le autorità di Tokyo.
La ragione della resistenza sta nella distanza tra i due lati del Pacifico. Il tasso di riferimento giapponese è all’1%, il livello più alto da settembre 1995, mentre negli Stati Uniti la fascia di riferimento della Federal Reserve è al 3,5-3,75%: restano circa due punti e mezzo di differenza, che continuano a rendere più conveniente detenere attività denominate in dollari. Un rialzo giapponese di entità ordinaria assottiglierebbe quel divario senza chiuderlo, e il mercato dei cambi sembra averlo già incorporato.
Il precedente pesa. A maggio le autorità giapponesi avevano impiegato circa 11.700 miliardi di yen — all’incirca 73,5 miliardi di dollari — in operazioni di sostegno alla valuta, secondo l’analisi pubblicata da OMFIF su dati della Banca del Giappone e della Federal Reserve. Interventi di quella dimensione comprano tempo, non direzione: se il divario sui tassi resta, la pressione si ripresenta. La stessa analisi osserva che la dipendenza energetica giapponese dall’estero espone ulteriormente la valuta agli effetti del conflitto con l’Iran, poiché le importazioni di energia si pagano in dollari.
L’altra metà dell’equazione si decide a Washington, e qui la settimana ha portato segnali di raffreddamento. Venerdì 14 agosto l’S&P 500 ha perso 13,23 punti chiudendo a 7.785,76, il giorno dopo un massimo storico; il Dow Jones ha ceduto lo 0,2% e il Nasdaq lo 0,3%, come riporta Yahoo Finance. L’indice principale ha comunque chiuso la terza settimana consecutiva in rialzo: la correzione è stata di superficie, non di tendenza.
A pesare sono stati due dati. Le vendite al dettaglio di luglio, rilevate dall’ufficio del censimento statunitense e riprese da Charles Schwab, sono calate dello 0,6% rispetto al mese precedente, mentre gli operatori attendevano un aumento dello 0,2%. L’indice preliminare di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso ad agosto a 51,0, dai 55,2 di luglio. Nella settimana precedente il rapporto sull’occupazione aveva già segnalato la perdita di 23.000 posti di lavoro a luglio. «Il dato sulle vendite al dettaglio è risultato molto più debole del previsto» (trad. dall’inglese), ha commentato Collin Martin, responsabile della ricerca sul reddito fisso allo Schwab Center for Financial Research.
Il punto di contatto tra le due vicende è diretto: consumi in flessione, fiducia in calo e occupazione in contrazione sono gli ingredienti che storicamente spingono una banca centrale verso tassi più bassi. Se la Federal Reserve dovesse muoversi in quella direzione mentre la Banca del Giappone si muove nell’opposta, il divario si ridurrebbe da entrambi i lati e la pressione sulla valuta giapponese si allenterebbe senza bisogno di ulteriori interventi pubblici. Nessuna delle fonti consultate indica però una decisione già presa: la tempistica del rialzo giapponese è riferita come orientamento di governo, non come delibera, e il calendario della Federal Reserve non è oggetto delle rilevazioni citate.
Restano i numeri accertati alla chiusura di venerdì: cambio a 159,36, tasso giapponese all’1%, fascia statunitense al 3,5-3,75%.
Fonti: Bloomberg — orientamento del governo giapponese; Bloomberg — andamento del cambio; OMFIF; Yahoo Finance; Charles Schwab; BNN Bloomberg.
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