Iran e Stati Uniti, il memorandum di Islamabad scade senza negoziato
Il termine di sessanta giorni fissato dall'intesa firmata a Islamabad si esaurisce lunedì senza che i colloqui su nucleare, sanzioni e sicurezza marittima siano mai partiti. Washington considera finito il cessate il fuoco, Teheran nega che ne esistesse uno a scadenza. Intanto lo Stretto di Hormuz è di nuovo chiuso e il blocco navale americano è stato ripristinato.
Il documento firmato a Islamabad prevedeva sessanta giorni di tempo. Quel tempo finisce lunedì, e finisce nel modo peggiore: senza che le parti abbiano attuato i termini che avevano sottoscritto. Il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti impegnava le due capitali ad aprire negoziati su tre dossier — il programma nucleare iraniano, le sanzioni, la sicurezza della navigazione — e nessuno dei tre tavoli è mai stato allestito.
Sulla natura stessa della scadenza le due parti non concordano. Washington la legge come il termine finale del cessate il fuoco: superato quello, l’accordo non produce più effetti. Teheran sostiene invece che l’intesa riguardasse la fine della guerra e non una tregua a orologeria, e dunque che non ci sia nulla che scada. Non è una disputa semantica: dalla lettura che prevale dipende se ciò che accade da martedì sia una nuova fase o una ripresa di ostilità mai formalmente concluse.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto sabato che Teheran non ha ancora deciso se tornare al tavolo con gli Stati Uniti. Ha aggiunto che Qatar e Pakistan continuano a far circolare messaggi tra le parti, precisando però che questo scambio non equivale a negoziati in corso. È la distinzione decisiva: esiste un canale, non esiste una trattativa.
«nessuna tregua di 60 giorni» (trad. dall’inglese) — Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano
Il 12 agosto Middle East Monitor aveva riferito, citando una fonte anonima vicina alla mediazione, che le due parti avevano fatto sapere ai mediatori di essere disponibili a spostare in avanti il termine: «Entrambe le parti hanno comunicato ai mediatori il consenso a prorogare la scadenza» (trad. dall’inglese). Quella indiscrezione, mai attribuita a una fonte identificabile, non ha trovato riscontro negli sviluppi del 16 agosto. Va registrata come tale: una ricostruzione anonima non confermata dai fatti successivi.
Sul terreno, intanto, il quadro si è irrigidito. L’Iran ha richiuso lo Stretto di Hormuz, motivando la decisione con quello che descrive come un tentativo statunitense di stabilire una rotta di navigazione alternativa. Gli Stati Uniti hanno risposto ripristinando il blocco navale nell’area. Domenica lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha dichiarato che non arretrerà nel confronto con Washington.
C’è però un canale che, secondo Araghchi, resta separato: quello con l’Oman. Riguarda i confini marittimi e la regolazione del traffico nello Stretto, e il ministro insiste nel tenerlo distinto dal dialogo — inesistente — con gli Stati Uniti. È l’unico tavolo tecnico che risulta attivo, e riguarda esattamente la materia su cui si gioca la crisi: chi passa da Hormuz, con quali regole, sotto quale autorità.
Sul versante della retorica di guerra, la televisione di Stato iraniana e l’agenzia Tasnim hanno riferito che Hatami avrebbe annunciato una ricompensa di 30.000 dollari per ogni combattente iraniano che catturi o uccida un soldato statunitense. L’informazione, ripresa da Daily News Egypt, proviene da mezzi controllati o vicini allo Stato iraniano e va trattata per quello che è: una dichiarazione attribuita, non un fatto verificato in modo indipendente. Vale la pena notarne comunque il segno politico, perché è il tipo di annuncio che si fa quando si è deciso di non trattare a breve.
Il presidente della commissione Sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, è intervenuto nelle stesse ore con toni di minaccia personale rivolti alla controparte americana; la formulazione riportata dalle fonti è troppo frammentaria per essere citata alla lettera.
Quel che resta, alla scadenza, è un elenco asciutto: nessun negoziato diretto tra Teheran e Washington, due mediatori — Qatar e Pakistan — che veicolano messaggi senza mandato negoziale, un tavolo tecnico con l’Oman su traffico marittimo e confini, lo Stretto di Hormuz chiuso per decisione iraniana e un blocco navale statunitense di nuovo operativo. Il memorandum di Islamabad esce di scena senza aver prodotto una sola sessione di colloqui.
Fonti: The New Arab; Daily News Egypt — che cita la televisione di Stato iraniana e l’agenzia Tasnim (mezzi di informazione iraniani); Middle East Monitor.
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