Meloni rivendica il Patto Ue mentre sei paesi annunciano rinvii verso l'Italia
La presidente del Consiglio definisce il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo una svolta positiva e distingue la materia da Schengen. Nel frattempo l'Olanda diventa il sesto paese ad annunciare trasferimenti di richiedenti asilo verso l'Italia.
La storia che il mattino non ha raccontato è la posizione con cui il governo italiano prova a governare, sul piano della comunicazione, un meccanismo che sul piano dei numeri si muove nella direzione opposta ai suoi obiettivi dichiarati.
Il 21 agosto, con un intervento su Facebook, Giorgia Meloni ha definito il nuovo Patto dell’Unione europea su migrazione e asilo una «svolta positiva» per l’Italia nella gestione dei cosiddetti dublinanti — i richiedenti asilo che, arrivati in un paese di primo ingresso, presentano poi domanda altrove e possono essere rinviati indietro. Nello stesso intervento la presidente del Consiglio sostiene che il rafforzamento del principio di Paese Terzo sicuro, voluto dall’Italia, renderà più semplici i rimpatri accelerati (LaPresse).
Il punto di contesa
La replica è indirizzata a Elly Schlein, che aveva parlato di un effetto boomerang e di un fallimento del governo. Meloni ha risposto separando due materie:
«Schengen e il Patto su Migrazione e Asilo sono due cose completamente diverse» — Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
La distinzione è tecnicamente fondata — la libera circolazione interna e le regole sull’esame delle domande di asilo appartengono a corpi normativi diversi — e insieme politicamente selettiva, perché la contestazione dell’opposizione riguarda l’esito pratico: quanti richiedenti asilo l’Italia riceve indietro.
Su quell’esito il quadro è documentato. Secondo la ricostruzione di LaPresse, il nuovo Patto sta consentendo a Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Olanda di trasferire verso l’Italia i richiedenti asilo di primo ingresso. L’Olanda è l’ultima ad averlo annunciato, il 21 agosto: rinvierà in Italia i migranti arrivati dopo il 12 giugno (Napoli Magazine). Sul versante opposto, il governo ungherese ha dichiarato di non voler accettare alcun trasferimento (Domani).
Il regolamento di Dublino attribuisce al paese di primo ingresso l’esame della domanda: è la regola che rende l’Italia destinataria dei rinvii e non mittente. Il vantaggio rivendicato dal governo riguarda un altro anello della catena — la possibilità di rimpatriare più rapidamente verso paesi terzi giudicati sicuri — e i due effetti convivono senza compensarsi automaticamente.
Il capitolo americano
Nella stessa giornata Meloni è tornata sul rapporto con Donald Trump in un’intervista al New York Times, ripresa da Sky TG24 e da Il Tempo. La presidente del Consiglio ha detto di aver ritenuto che le cose sarebbero state più semplici, data la convergenza fra i due governi su immigrazione e battaglie culturali. Il raffreddamento, secondo l’intervista, è passato anche dall’uso delle basi americane in Italia durante la guerra con l’Iran.
È l’ammissione più esplicita di una difficoltà bilaterale che il governo aveva finora gestito con formule più neutre. Vale però registrarne il perimetro: si tratta di una valutazione soggettiva resa in un’intervista, non di un atto o di un documento. Il dossier disponibile non contiene indicazioni su richieste americane formalizzate né su decisioni italiane conseguenti.
Che cosa manca
Non sono pubblici, allo stato, i numeri dei trasferimenti effettivamente eseguiti verso l’Italia dai sei paesi che li hanno annunciati: gli annunci sono decisioni politiche, l’attuazione passa da procedure individuali e da termini di trasferimento. Finché quei dati non escono, la contesa fra governo e opposizione resta un confronto fra due letture della stessa norma.
Il 21 agosto Meloni era a Taranto per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, dove ha incontrato il presidente libanese Joseph Aoun.
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