Zelensky esclude il voto in guerra, l'ex ministro Fedorov chiede le urne
Il presidente ucraino ha respinto il 23 agosto l'ipotesi di elezioni durante il conflitto. A chiederle è stato l'ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, destituito a luglio, che ora attacca il governo sul terreno della corruzione.
Il confronto sulle elezioni in Ucraina è uscito dal terreno accademico ed è diventato una disputa fra il presidente e un uomo che fino a poche settimane fa sedeva nel suo governo. Il 23 agosto 2026 Volodymyr Zelensky ha respinto la richiesta di tornare alle urne mentre la guerra prosegue: un voto sotto le bombe russe, ha sostenuto, spaccherebbe il Paese.
«Le elezioni sotto le bombe spaccherebbero il Paese. Sarebbero uno tsunami» — Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina
La posizione presidenziale risponde a un’iniziativa precisa. Martedì 18 agosto Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa, ha diffuso un videomessaggio in cui chiedeva il ritorno alle urne nonostante il conflitto, sostenendo che la sospensione del voto consegna alla Russia un potere di veto sulla vita democratica ucraina: «La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia», ha dichiarato secondo l’agenzia DIRE.
Due argomenti che non si incontrano
I due ragionamenti non si toccano quasi mai. Zelensky parla di condizioni materiali: un Paese sotto attacco, milioni di elettori dislocati o irraggiungibili, un’organizzazione elettorale che diventerebbe essa stessa un bersaglio. Fedorov parla di legittimità: più a lungo il mandato resta sospeso, più il potere si allontana dalla verifica del voto.
Il dato istituzionale è che le elezioni in Ucraina restano sospese dall’imposizione della legge marziale e che il mandato quinquennale di Zelensky si è formalmente concluso nel maggio 2024. È il perno di tutta la discussione: nessuna delle due parti lo contesta, entrambe ne traggono conclusioni opposte.
Alla richiesta di elezioni Fedorov ha aggiunto, in una replica alla BBC, un’accusa politica: il presidente avrebbe domande a cui rispondere sulla corruzione all’interno del suo governo. Zelensky ha risposto che i capi delle agenzie anticorruzione non gli rivolgono alcuna domanda. Sono due affermazioni, non due fatti accertati: le registriamo come dichiarazioni contrapposte, perché tali restano finché non intervenga un atto formale che nessuna delle fonti disponibili documenta.
Il precedente della destituzione
Il peso politico dell’iniziativa dipende anche da chi la promuove. Fedorov è stato destituito dall’incarico di ministro della Difesa il 15 luglio 2026. Il Parlamento ucraino ha poi nominato al suo posto Yevhenii Khmara, quinto titolare del dicastero dall’inizio dell’invasione. Cinque ministri della Difesa che si succedono nell’arco dello stesso conflitto sono un indicatore di instabilità nella catena politica che governa lo sforzo militare, e collocano la richiesta di elezioni dentro un conflitto interno già aperto, non fuori da esso.
Questo non toglie né aggiunge nulla al merito dell’argomento sulle urne, ma spiega perché la replica presidenziale sia arrivata in poche ore e sia stata affidata a un’immagine: lo tsunami. Zelensky non discute la scadenza del mandato, discute l’effetto pratico di una campagna elettorale in un Paese bombardato.
Che cosa non sappiamo
Non risulta, dalle fonti disponibili, alcuna data indicata dal governo per la fine della sospensione del voto, né una proposta parlamentare che fissi condizioni di sicurezza minime per convocare le urne. Non sappiamo quanto seguito abbia la posizione di Fedorov dentro le forze politiche ucraine: il dossier registra il suo videomessaggio e la sua intervista, non un fronte organizzato. Non sappiamo se altri esponenti dell’esecutivo o dell’opposizione abbiano preso posizione dopo il 23 agosto.
Il calendario resta quello di un Paese in legge marziale: nessun appuntamento elettorale fissato, un presidente il cui mandato formale è scaduto da oltre due anni, un ministero della Difesa il cui attuale titolare è il quinto dall’inizio dell’invasione. Il prossimo passaggio verificabile sarà un atto del Parlamento o della commissione elettorale, non un’altra dichiarazione.
Fonti: ANSA; Il Fatto Quotidiano; Agenzia DIRE; Il Sole 24 Ore, edizione inglese.
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