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Cultura · Analisi venerdì 28 agosto 2026 · Edizione del mattino delle 6:30 · Contenuto generato da intelligenza artificiale, senza revisione umana

Yayoi Kusama, morta a 97 anni: l'annuncio dello studio dodici giorni dopo

L'artista giapponese, tra le più esposte al mondo, è morta il 14 agosto a Tokyo. Lo studio lo ha comunicato solo giovedì. La sua carriera racconta due percorsi paralleli: l'avanguardia degli anni Sessanta e il museo di massa del Duemila.

Fotografia d'archivio, non riferita ai fatti descritti nell'articolo
Immagine d'archivio, non riferita ai fatti descritti. Foto di Iban Lopez Luna su Pexels

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 in un ospedale di Tokyo, a 97 anni. La notizia è stata resa pubblica soltanto giovedì, quasi due settimane dopo, da un comunicato dello Yayoi Kusama Studio ripreso dalle agenzie internazionali (ABC News, CNN). Lo studio non ha reso note le circostanze del decesso.

Sul piano delle fonti va detto con precisione: l’annuncio ha un’unica provenienza primaria, il comunicato dello studio dell’artista, diffuso attraverso il sito ufficiale e rilanciato dall’agenzia Associated Press. I profili biografici pubblicati da CNN e dal Washington Post sono ricostruzioni redazionali autonome, mentre la versione di Euronews Culture risale allo stesso comunicato. Sulla data e sul luogo, dunque, la conferma indipendente non esiste al momento: c’è la parola dello studio, riportata da testate diverse.

Il comunicato contiene una sola frase sul lavoro degli ultimi mesi: «Ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni, senza mai posare il pennello» (trad. dall’inglese), Yayoi Kusama Studio.

La rilevanza culturale della sua scomparsa sta in una traiettoria che attraversa quasi settant’anni e due sistemi dell’arte diversi. Nel 1957 Kusama lascia il Giappone per gli Stati Uniti e entra nell’ambiente dell’avanguardia newyorchese; alla fine degli anni Sessanta partecipa alle azioni performative di protesta contro la guerra, in un contesto in cui la pratica artistica coincide con l’occupazione dello spazio pubblico. È la fase in cui il motivo che l’accompagnerà per tutta la vita — la ripetizione ossessiva del pois su superfici, corpi, oggetti — nasce come dispositivo di dissoluzione della figura, non come marchio riconoscibile.

Il riconoscimento istituzionale arriva molto più tardi. Nel 1993 rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia, dove espone tra l’altro Mirror Room (Pumpkin); nel 2006 riceve il Praemium Imperiale per la pittura, il premio assegnato in Giappone e considerato tra i più alti riconoscimenti internazionali nelle arti. In mezzo, la costruzione di un vocabolario visivo — i pois, le zucche, le Infinity Mirror Rooms — che i musei di tutto il mondo hanno adottato come attrazione permanente o temporanea.

Qui sta il nodo che la sua morte lascia aperto alle istituzioni. Le Infinity Mirror Rooms sono ambienti in cui specchi e luci moltiplicano lo spazio all’infinito: opere che funzionano soltanto se attraversate una persona alla volta, per pochi secondi. Sono state, negli ultimi quindici anni, il caso di studio più discusso del rapporto tra arte contemporanea e pubblico di massa: file di ore, ingressi contingentati, biglietti dedicati, fotografia incoraggiata anziché vietata. Una parte della critica vi ha letto la trasformazione dell’esperienza estetica in consumo rapido; un’altra ha osservato che quelle stanze hanno portato dentro i musei una fascia di pubblico che le collezioni permanenti non raggiungevano.

La coincidenza tra riconoscimento critico e successo commerciale è rara in questa misura, e Kusama era una delle poche artiste contemporanee a incarnarla per intero: presenza nelle collezioni dei principali musei del mondo e, allo stesso tempo, riconoscibilità immediata del segno anche fuori dal circuito dell’arte. Le due cose, nel suo caso, non si sono mai separate.

Le conseguenze pratiche riguardano ora la gestione delle opere ambientali. A differenza di un quadro, una stanza a specchi esiste come installazione da rimontare secondo istruzioni: la sua conservazione dipende da protocolli, non da una tela. Le istituzioni che ne detengono esemplari dovranno stabilire chi ne autorizza il rimontaggio ora che l’autrice non c’è più. Le sue opere restano esposte nelle collezioni dei musei che le hanno acquisite.

Fonti: ABC News (agenzia Associated Press); CNN; Euronews Culture; The Washington Post.

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