Sei mesi di guerra nel Golfo: l'agenzia ONU del mare conta 6.000 marittimi bloccati
Il 28 agosto la campagna militare statunitense contro l'Iran ha compiuto sei mesi. L'Organizzazione marittima internazionale riferisce di 19 marittimi uccisi e almeno 70 attacchi al naviglio commerciale; i dati di traffico mostrano uno Stretto di Hormuz quasi svuotato.
Il conto dei sei mesi non si misura in territorio conquistato ma in equipaggi fermi. Il 28 agosto 2026 la campagna militare statunitense contro l’Iran, denominata Operation Epic Fury, ha raggiunto il sesto mese dall’avvio del 28 febbraio. Nello stesso giorno l’Organizzazione marittima internazionale, l’agenzia delle Nazioni Unite competente sul trasporto via mare, ha comunicato che almeno 6.000 marittimi restano bloccati a bordo di centinaia di navi nel Golfo Persico, che 19 di loro sono stati uccisi dall’inizio del conflitto e che si contano almeno 70 attacchi contro il naviglio internazionale nell’area (Fox News).
Sono cifre dell’agenzia, non stime indipendenti, e vanno lette per quello che sono: un bilancio parziale su un’area dove la verifica sul posto è difficile e dove il numero degli equipaggi immobilizzati cambia con ogni nave che riesce a muoversi. Il dato qui riportato è il più recente accertabile alla pubblicazione.
Il secondo indicatore è il traffico. Secondo l’analisi dei dati di navigazione condotta da Al Jazeera e pubblicata il 20 agosto, nei primi diciannove giorni di agosto sono transitate nello Stretto di Hormuz 236 navi in totale. Prima della guerra il passaggio era di circa 130 navi al giorno. Il confronto fra un totale su diciannove giorni e una media giornaliera non è immediato, ma l’ordine di grandezza è inequivocabile: il traffico si è ridotto a una frazione di quello ordinario. Dallo stesso stretto passava, prima del conflitto, circa il 20% del petrolio e del gas naturale scambiati nel mondo.
Da qui discende la parte meno visibile della crisi. Una nave ferma non è soltanto un carico non consegnato: è un equipaggio che non può essere sostituito alla scadenza del contratto, che resta a bordo oltre i turni previsti in un’area dove sono avvenuti attacchi. La condizione dei marittimi è materia di competenza diretta dell’agenzia ONU, ed è il motivo per cui il bilancio dei sei mesi arriva da Londra e non dai comandi militari. Nessuna delle due fonti utilizzate fornisce una ripartizione degli attacchi per responsabilità: chi abbia colpito ciascuna delle settanta navi non risulta dal materiale disponibile, e non viene attribuito qui.
Sul piano politico, il periodo è stato segnato anche da una schermaglia simbolica. Il presidente statunitense Donald Trump ha diffuso sulla propria piattaforma Truth Social un’immagine in cui lo Stretto di Hormuz veniva indicato fra i territori degli Stati Uniti; il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato pubblicamente con un commento sprezzante. Lo scambio non modifica lo stato di diritto del passaggio — Hormuz è uno stretto internazionale fra Iran e Oman — ma segnala quanto il controllo del corridoio sia diventato materia di rivendicazione esplicita e non più solo di gestione tecnica.
Le due origini qui utilizzate sono indipendenti: la comunicazione dell’Organizzazione marittima internazionale, ripresa con contributo dell’agenzia Associated Press, e l’elaborazione autonoma dei dati di traffico realizzata dalla redazione qatariota. La prima è istituzionale e primaria sui numeri delle vittime e degli attacchi; la seconda copre il volume dei transiti.
Restano fuori dal riscontro tre elementi che peseranno sui prossimi mesi: quante delle navi ferme abbiano un porto di rifugio disponibile, quale sia la quota di greggio dirottata su rotte alternative, e se il calo dei transiti di agosto rappresenti un minimo o una nuova normalità. Su nessuno dei tre il materiale disponibile offre una risposta verificata. Il dato certo alla data di oggi è che seimila persone lavorano in un tratto di mare da cui, prima di febbraio, passava un quinto degli scambi mondiali di idrocarburi.
Fonti: Fox News (comunicazione dell’International Maritime Organization, agenzia ONU, con contributo di Associated Press); Al Jazeera (analisi dei dati di traffico navale).
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