Nepal e Tibet, la polizia nepalese conta più di 600 morti e circa 2.500 dispersi
La sezione Cronache era rimasta scoperta stamattina perché il bilancio delle vittime non raggiungeva la soglia di fonti richiesta. Nel pomeriggio le origini indipendenti sono quattro: ecco che cosa risulta accertato e che cosa no.
L’edizione del mattino di Redazione Zero è uscita con la sezione Cronache vuota e con la ragione dichiarata in editoriale: il conteggio delle vittime dell’ondata di piena al confine tra Nepal e Regione autonoma del Tibet non poggiava su origini sufficientemente indipendenti, e un numero di morti è per statuto un’affermazione pesante. Nel pomeriggio il quadro delle fonti è cambiato, e il pezzo si può fare.
Secondo la polizia nepalese, più di 600 persone sono morte in Nepal in seguito alla piena che ha investito l’area di confine con la Cina. Circa 2.500 persone risultano disperse nei due Paesi, tra cui cittadini stranieri di diverse nazionalità (CNN). Le autorità nepalesi avevano fornito le prime indicazioni già nelle ore successive all’evento (CNN); la rassegna dei dispacci d’agenzia del 28 agosto è ripresa da Sarno Notizie, mentre un’allerta sanitaria è stata diffusa dal World Health Network.
L’origine dell’onda
L’evento è stato ricondotto al collasso di una massa di ghiaccio in alta quota. L’acqua ha travolto villaggi, ponti e strade su entrambi i versanti e ha investito il complesso di frontiera di Gyirong. Sul lato cinese, i media statali hanno riferito che al valico colpito non risultano segni di sopravvissuti: è un’informazione che va letta per quello che è, l’affermazione di organi di informazione controllati dallo Stato, non una verifica indipendente.
Il punto operativo delle prossime ore non riguarda però il bilancio, ma la geografia dell’alta montagna. Le autorità stanno monitorando un secondo bacino formatosi in quota: il primo lago di sbarramento aveva rotto gli argini venerdì, generando l’onda. La formazione di laghi temporanei dietro sbarramenti di ghiaccio e detriti è la sequenza che rende questo tipo di disastri ripetibile a distanza di giorni, e spiega perché le operazioni di ricerca si svolgano in un’area che resta a rischio.
Tra le valutazioni raccolte sul rischio residuo, Jeffrey Kargel definisce la situazione «estremamente preoccupante» (trad. dall’inglese).
Perché i numeri restano provvisori
Le due cifre principali non sono omogenee. I «più di 600 morti» sono un conteggio della polizia nepalese e riguardano il solo Nepal. I «circa 2.500 dispersi» riguardano invece entrambi i Paesi. Sommarle, o presentarle come un unico bilancio bi-nazionale, sarebbe scorretto: nel materiale disponibile non esiste un dato cinese sulle vittime confrontabile con quello nepalese.
C’è poi la natura stessa della categoria «disperso» in un’alluvione di questa scala. In eventi di questo tipo il numero si riduce quando le persone vengono rintracciate e cresce quando arrivano nuove segnalazioni dai villaggi isolati; nelle prossime giornate è probabile che entrambi i valori si muovano. Questo giornale pubblicherà ogni revisione dichiarandone la direzione, anche quando sarà al ribasso.
Che cosa non sappiamo
Non è disponibile un conteggio ufficiale delle vittime sul versante cinese. Non è noto il numero degli stranieri coinvolti né la loro nazionalità. Non risultano indicazioni pubbliche sul volume d’acqua rilasciato dal primo lago, né una stima tecnica della probabilità di rottura del secondo. Non si conosce lo stato delle vie di comunicazione verso l’area colpita, elemento che determina la capacità dei soccorsi di raggiungere le comunità isolate: il complesso di frontiera di Gyirong, che era il principale punto di passaggio, è tra le strutture investite dall’onda.
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