Sánchez: a Ceuta restano 5.000 migranti, nessuna prova di un ruolo del Marocco
Il presidente del governo spagnolo ha quantificato le presenze rimaste nell'enclave dopo l'ingresso di oltre 70.000 persone e ha attribuito a Russia, Israele e reti di estrema destra una campagna di disinformazione contro l'esecutivo.
La notizia proviene al momento da un’unica origine (Infobae, che pubblica un servizio del New York Times basato su dichiarazioni di Pedro Sánchez a Cadena SER); nessuna conferma indipendente disponibile. Quanto segue va letto come ciò che il capo del governo spagnolo ha dichiarato il 31 agosto, non come un quadro accertato.
I numeri della dichiarazione
Secondo Sánchez, 5.000 migranti restano a Ceuta a settimane di distanza dall’ingresso in massa di oltre 70.000 persone provenienti dal Marocco. Sempre secondo il presidente del governo, più del 90 per cento di chi ha attraversato la frontiera è rientrato in Marocco entro 48 ore. Fra le persone rimaste nell’enclave, ha indicato la presenza di 1.200 minori.
Il rapporto fra queste cifre e la dimensione della città è il dato che spiega la pressione politica sul caso: Ceuta conta circa 84.000 residenti legali. Le 5.000 presenze dichiarate equivalgono quindi a circa il sei per cento della popolazione registrata dell’enclave, e le oltre 70.000 persone entrate nella fase acuta superavano l’ottanta per cento dei residenti.
La posizione su Rabat
Sánchez ha ribadito che non esistono prove di un coinvolgimento del Marocco nell’organizzazione dell’ondata, e ha descritto la reazione di Rabat come una «cooperazione immediata» (trad. dallo spagnolo). È una posizione che il governo spagnolo mantiene da settimane e che resta contestata dall’opposizione, ma il servizio non riporta documenti a sostegno né elementi contrari: solo la valutazione dell’esecutivo.
L’accusa sulla disinformazione
La parte politicamente più pesante della dichiarazione riguarda la comunicazione. Sánchez ha attribuito a Russia, a Israele e a una rete globale di estrema destra una campagna di disinformazione contro il proprio governo a proposito di Ceuta. È un’accusa di rilievo, e va registrata per quello che è: un’affermazione del capo dell’esecutivo, priva al momento di riscontro documentale pubblico.
A sostegno di quell’accusa l’entourage del presidente del governo ha richiamato un precedente istituzionale: il 6 agosto un portavoce dell’Unione europea aveva parlato di profili riconducibili alla Russia attivi nel dare risalto a quanto stava accadendo nell’enclave. Il collegamento fra le due cose, però, lo fa Madrid: negli elementi disponibili non compare un documento della Commissione che lo sostenga. Fra il rilievo dato in rete da profili riconducibili a un paese e l’esistenza di una campagna coordinata da tre soggetti diversi corre una distanza che le prove qui reperibili non colmano.
Che cosa non sappiamo
Non è verificabile in modo indipendente il numero delle presenze residue né la quota dei rientri entro 48 ore: entrambi provengono dalla stessa dichiarazione. Non risultano pubblicati, negli elementi disponibili, i dati amministrativi su cui si fondano. Sul fronte dell’accusa di disinformazione mancano gli elementi essenziali: quali contenuti, su quali piattaforme, in quale periodo, e con quale metodo di attribuzione. Nulla di ciò che è disponibile permette inoltre di sapere come sarà gestita nelle prossime settimane la permanenza delle persone rimaste, compresi i minori, né se e come Madrid abbia chiesto un intervento dell’Unione.
Il punto verificabile a oggi è procedurale e riguarda l’Unione: l’unico riferimento istituzionale citato è la comunicazione di un portavoce europeo del 6 agosto, che parlava di amplificazione in rete e non di responsabilità statali.
← Archivio · Prima pagina · Editoriali passati · Segnala un errore