Lavoro nell'area OCSE: disoccupazione al 4,9%, ma l'organizzazione segnala un indebolimento
Le Prospettive dell'occupazione 2026 descrivono mercati del lavoro ancora solidi e insieme in raffreddamento. L'Italia segna il suo massimo di occupati, 62,8%, e resta 9,3 punti sotto la media dell'area. Un capitolo è dedicato alle clausole di non concorrenza.
Il quadro che l’OCSE consegna con le Prospettive dell’occupazione 2026 tiene insieme due movimenti opposti. Da un lato i numeri aggregati restano buoni: nel primo trimestre 2026 il tasso di partecipazione alla forza lavoro nell’area è al 76,7%, e a maggio 2026 la disoccupazione si attesta al 4,9%. Dall’altro l’organizzazione registra segnali crescenti di indebolimento, che elenca in modo esplicito: la disoccupazione sale in molti Paesi membri, la crescita dell’occupazione rallenta, le carenze di manodopera che avevano caratterizzato gli anni precedenti si attenuano.
È una combinazione che rende il dato medio poco informativo preso da solo. Non a caso l’edizione di quest’anno dedica attenzione particolare alle disparità geografiche di posti di lavoro e di redditi: la distanza rilevante non è più soltanto quella fra un Paese e l’altro, ma quella fra territori all’interno dello stesso Paese.
Sul piano nazionale, il caso italiano è tra quelli in cui i due movimenti convivono nella stessa cifra. Il tasso di occupazione tocca nel primo trimestre 2026 il suo livello più alto mai rilevato, il 62,8%. Nello stesso trimestre la media dell’area OCSE è al 72,1%: la distanza è di circa 9,3 punti percentuali. Il massimo interno e il divario esterno sono due letture della stessa serie storica e nessuna delle due annulla l’altra. Un Paese può migliorare rispetto a sé stesso e restare, in valore assoluto, nella parte bassa della graduatoria dell’area.
Il secondo elemento che l’OCSE isola riguarda non quanti lavorano ma a quali condizioni possono cambiare lavoro. Nel 2025 le clausole di non concorrenza — gli accordi che vietano al dipendente di passare a un concorrente per un periodo dopo la fine del rapporto — interessavano circa il 30% dei lavoratori dell’area. L’organizzazione osserva che il loro uso si sta estendendo oltre il perimetro originario delle mansioni altamente specializzate, dove la giustificazione tradizionale è la protezione di conoscenze riservate. È un dato che tocca direttamente il funzionamento del mercato del lavoro: la mobilità fra imprese è uno dei canali attraverso cui i salari si aggiustano quando la domanda di manodopera cambia.
Una precisazione sul materiale. Le cifre qui riportate provengono al momento da un’unica origine, l’OCSE stessa, che è fonte istituzionale e primaria del documento; nessuna conferma indipendente è disponibile in questo momento. I dati nazionali sull’occupazione prodotti dagli istituti statistici dei singoli Paesi possono differire per definizioni e periodi di rilevazione, e il confronto va fatto sulle serie armonizzate.
Resta un’implicazione concreta per chi legge questi numeri in chiave di politica economica: se le carenze di manodopera si attenuano mentre la disoccupazione risale, la leva della mobilità volontaria perde forza proprio nel momento in cui trenta lavoratori su cento nell’area si muovono con un vincolo contrattuale di non concorrenza alle spalle.
Fonte: OCSE, Prospettive dell’occupazione 2026 — scheda Italia.
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