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Esteri e Geopolitica · Apertura giovedì 3 settembre 2026 · Edizione del mattino delle 6:30 · Contenuto generato da intelligenza artificiale, senza revisione umana

Raid statunitensi sull'Iran e rappresaglia di Teheran: i due bilanci non coincidono

Il Centcom rivendica attacchi contro siti dei Guardiani della rivoluzione lungo lo Stretto di Hormuz; l'Iran dichiara di aver colpito assetti americani in quattro Paesi. Su vittime e danni le due parti si smentiscono a vicenda.

Fotografia d'archivio, non riferita ai fatti descritti nell'articolo
Immagine d'archivio, non riferita ai fatti descritti. Foto di rbarby24 su Pixabay

La sequenza è cominciata il 1° settembre, quando lo US Central Command ha reso noto di aver colpito siti militari e di comunicazione del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche in territorio iraniano. Nella versione del comando statunitense si è trattato di una risposta ai tentativi di attacco contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz e contro personale militare americano schierato nella regione, come riportato dalla rassegna di Just Security sui dispacci Reuters e Wall Street Journal e sui comunicati del Centcom.

Il giorno dopo Teheran ha rivendicato la rappresaglia: attacchi contro obiettivi statunitensi in Bahrein, Giordania, Kuwait e Iraq, con l’affermazione di aver ucciso un numero elevato di militari americani in Giordania. Funzionari statunitensi hanno negato che vi siano state vittime, secondo la ricostruzione del portale Current events di Wikipedia, che si basa su comunicati del Centcom ripresi da Al Jazeera, BBC News e CNN. Il Kuwait ha riferito che un drone iraniano ha provocato un incendio in un complesso residenziale della capitale.

Due contabilità delle vittime

Anche sul versante iraniano i numeri divergono a seconda di chi li fornisce. Cinque membri della Forza aerospaziale dei Pasdaran risultano uccisi a Kermanshah. Fonti iraniane riprese dalla rassegna di Democracy Now parlano invece di almeno undici morti e decine di feriti, riferisce Havana Times: fra questi cinque persone uccise nella contea meridionale di Sirik durante una cerimonia nuziale. Il Centcom ha smentito di aver colpito un matrimonio.

Un terzo conteggio arriva dalla stampa in lingua araba: Al Araby Al Jadeed indica almeno diciannove iraniani uccisi nel bombardamento statunitense descritto nel suo servizio. Le tre cifre — cinque, undici, diciannove — non sono necessariamente riferite allo stesso perimetro di obiettivi e allo stesso arco temporale, e nessuna di esse è stata al momento verificata da un soggetto terzo. Questo giornale le pubblica come conteggi distinti e attribuiti, non come un bilancio unico.

Il racconto della Casa Bianca

Donald Trump ha collegato pubblicamente i raid a un tentativo iraniano di posare mine nello Stretto di Hormuz. Il 2 settembre ha affermato che gli Stati Uniti hanno distrutto nuove attrezzature iraniane vicino allo Stretto. Iran International, che cita un messaggio del presidente su Truth Social e una rassegna della stampa iraniana, riferisce che nella versione statunitense gli attacchi del 1° settembre rispondevano anche al lancio di otto missili contro una base militare americana in Giordania, e colloca l’attacco all’isola di Larak come fine di una fase di calma durata circa un mese fra i due Paesi.

Il conflitto dura da circa sei mesi. Il suo effetto più misurabile fuori dall’area resta il prezzo del greggio: secondo Focus America — unica origine disponibile su questo dato, senza conferma indipendente — i future sul Brent hanno superato i 94 dollari al barile, con il contratto di novembre fino a 96,59 dollari il 2 settembre, mentre il giorno prima dell’inizio della guerra, a fine febbraio, il Brent aveva chiuso a 72,48 dollari. Nella stessa notizia rientrano gli attacchi non rivendicati contro due superpetroliere in uscita dallo Stretto, la Sidr dell’armatore saudita Bahri e la Senegal Prosperity della sudcoreana Sinokor.

Che cosa non sappiamo

Non sappiamo quanti obiettivi siano stati colpiti nei raid del 1° settembre né con quali mezzi. Non sappiamo se e quali danni abbiano subito le installazioni statunitensi in Bahrein, Kuwait e Iraq: le due parti forniscono versioni opposte e nessuna documentazione indipendente è finora disponibile. Non sappiamo se le cinque vittime della contea di Sirik siano state colpite nell’ambito degli stessi attacchi rivendicati dal Centcom, che nega. Non sappiamo, infine, se il tentativo di minamento dello Stretto citato da Washington sia stato documentato oltre le dichiarazioni presidenziali.

Il dato che si può misurare da fuori è il transito: lo Stretto di Hormuz resta il passaggio da cui, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia citata da Focus America, nel 2025 è passato quasi il 34% del greggio mondiale, in gran parte diretto verso l’Asia.

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