L'Iran rivendica attacchi contro basi statunitensi in Kuwait ed Emirati
Teheran annuncia di aver colpito installazioni militari usate dalle forze americane nei due Paesi del Golfo; Kuwait City parla di violazione della propria sovranità. Sul raid a Kuhestak Washington respinge la ricostruzione iraniana.
Il confronto armato fra Stati Uniti e Iran ha coinvolto giovedì 3 settembre i Paesi del Golfo che ospitano installazioni americane. L’esercito iraniano ha dichiarato di aver colpito basi militari usate dalle forze statunitensi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, presentando l’operazione come risposta alle azioni di Washington. La notizia è riportata dalla redazione di Al Jazeera, che cita dichiarazioni ufficiali iraniane e kuwaitiane, e dalla redazione di CBS News, che lavora sulle stesse fonti istituzionali.
Il riscontro più circostanziato arriva dal lato kuwaitiano. Le forze armate del Paese affermano che le difese aeree sono entrate in funzione contro missili e droni attribuiti all’Iran, e le autorità dichiarano di essere state colpite nelle prime ore di giovedì. Il comunicato, per come è riferito dalle due redazioni, non precisa quanti ordigni siano stati intercettati, se ci siano stati danni a terra e se ci siano vittime: sono tre informazioni che al momento mancano, e la loro assenza non va confusa con una smentita. Sul piano politico, invece, la posizione di Kuwait City è netta: gli attacchi iraniani vengono definiti una violazione flagrante della sovranità nazionale e una minaccia diretta alla sicurezza del Paese.
Le forze armate iraniane hanno motivato l’azione con una formula che riprende il linguaggio delle settimane precedenti.
«in risposta ai crimini dell’America contro il popolo iraniano» (trad. dall’inglese) — comunicato delle forze armate iraniane, citato da Al Jazeera
Non si tratta di un episodio isolato. Il giorno prima, il 2 settembre, Teheran aveva già rivendicato attacchi contro obiettivi statunitensi negli Emirati, in Giordania e in Kuwait. La geografia degli obiettivi dichiarati è quindi la stessa da due giorni, e riguarda Paesi terzi rispetto al confronto bilaterale: monarchie del Golfo e Giordania, dove le forze americane dispongono di installazioni. Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato ulteriori attacchi e ha sostenuto che gli scontri non dureranno a lungo.
Kuhestak, due versioni distanti
Il secondo fronte della giornata è quello della ricostruzione dei bersagli colpiti dagli Stati Uniti. Fonti iraniane sostengono che un raid aereo statunitense della sera del 1° settembre a Kuhestak, nella contea di Sirik, provincia meridionale di Hormozgan, abbia centrato un ricevimento di nozze. La versione americana è stata affidata al vicepresidente JD Vance, che si è detto molto scettico su quella ricostruzione e ha aggiunto di non voler usare la parola «guerra» per il conflitto in corso. Il diniego statunitense non è accompagnato, negli estratti disponibili, da una ricostruzione alternativa di che cosa sia stato colpito a Kuhestak.
Sulle perdite militari, i numeri finora circolati vengono tutti dalla stessa parte: funzionari iraniani hanno riferito che negli attacchi compresi fra la notte di martedì e la mattina di mercoledì sono stati uccisi quattro appartenenti alla Forza aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione, due della marina e uno della milizia Basij. Sono cifre dichiarate da un belligerante e non confermate in modo indipendente. La stessa avvertenza vale, in direzione opposta, per la valutazione di Vance, riportata da CBS News e collocata nel quadro del monitoraggio del Council on Foreign Relations.
Che cosa non sappiamo
Non sappiamo quali basi siano state colpite in Kuwait e negli Emirati, né con quali risultati: nessuna delle due fonti fornisce un elenco di installazioni o un bilancio. Non sappiamo se gli Emirati abbiano diffuso una propria versione dei fatti di giovedì. Non esiste, negli estratti, una verifica indipendente sul ricevimento di nozze di Kuhestak né una controricostruzione ufficiale statunitense su quel bersaglio. Non risulta neppure una posizione formale di Amman sulle rivendicazioni del 2 settembre.
Il dato politico che regge da solo è la reazione kuwaitiana: un Paese che ospita forze statunitensi ha condannato pubblicamente Teheran per aver colpito il proprio territorio, e la sua contraerea ha aperto il fuoco.
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