ChatGPT designato «motore di ricerca di dimensioni molto grandi»: gli obblighi europei
La Commissione ha applicato a ChatGPT il regime del Digital Services Act dopo la dichiarazione di oltre 45 milioni di utenti mensili medi nell'Unione. Nello stesso giro di giorni OpenAI pubblica dati sull'uso interno di agenti e il suo capo scienziato chiede un rallentamento.
Il mattino si è occupato del modello e del dibattito sulla sigla AGI. Il fatto nuovo di questo pomeriggio è di natura giuridica, e riguarda l’inquadramento europeo del servizio: la Commissione europea ha designato ChatGPT come «Very Large Online Search Engine», cioè motore di ricerca online di dimensioni molto grandi, ai sensi del Digital Services Act.
La designazione segue la dichiarazione di oltre 45 milioni di utenti mensili medi nell’Unione europea — la soglia che nel regolamento fa scattare il regime rafforzato. Da qui derivano obblighi di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici, compresi quelli relativi al benessere fisico e mentale, ai minori, ai diritti fondamentali e alla sicurezza pubblica. La notizia proviene al momento da un’unica origine (AIdapted, che riferisce della decisione di designazione della Commissione); nessuna conferma indipendente disponibile.
Il punto di sostanza è la categoria scelta. Applicare a un servizio conversazionale il regime pensato per i motori di ricerca significa trattarlo come un intermediario fra l’utente e l’informazione, con i doveri che ne conseguono: valutare i rischi che il servizio genera per l’insieme degli utenti, non solo rispondere a segnalazioni caso per caso.
Il conto interno: 3,1 giornate di agente per giornata umana
Sul versante dei dati aziendali, OpenAI ha pubblicato un rendiconto sull’impiego di agenti nella propria organizzazione di ricerca: a metà agosto 2026 sarebbe stato utilizzato l’equivalente di 3,1 giornate di lavoro di agenti per ogni giornata di lavoro umano. Secondo l’azienda gli agenti vengono impiegati per scrittura di codice, correzione degli errori, infrastruttura, valutazioni ed esecuzione di esperimenti, con compiti progressivamente più complessi. L’azienda afferma inoltre di aver raggiunto l’obiettivo di un tirocinante di ricerca automatizzato, capace di eseguire compiti definiti sotto guida umana, e di puntare a un ricercatore interamente automatizzato entro il 2028. I dati sono ripresi da AIdapted e da AI Weekly.
Su questa cifra la cautela è d’obbligo, e non per prudenza retorica: il numero è diffuso dall’azienda stessa. È la posizione della parte, non una misura verificata in modo indipendente della produttività. Manca inoltre la definizione dell’unità di misura — che cosa sia esattamente una «giornata-agente» e come sia stata calcolata l’equivalenza con una giornata di lavoro umano — senza la quale il rapporto 3,1 non è confrontabile con nulla.
E dall’interno, la richiesta di frenare
Nello stesso giro di giorni, domenica, il capo scienziato di OpenAI Jakub Pachocki ha pubblicato un saggio in cui invoca un rallentamento della ricerca sull’intelligenza artificiale. L’argomento centrale: le salvaguardie attuali non potranno sostenere ancora per molto la crescita dei modelli a pieno regime, e i laboratori dovrebbero prevedere rallentamenti volontari mentre sviluppano metodi più solidi di allineamento e monitoraggio. Il testo è riportato da LLM Stats e da AI Weekly, che ricorda come altre figure di rilievo del settore abbiano espresso in precedenza posizioni analoghe.
La giustapposizione dei due documenti aziendali è il dato di interesse: la stessa impresa pubblica nella stessa settimana un rendiconto sull’accelerazione della propria ricerca interna e un saggio del proprio capo scienziato che chiede di rallentare. Non sono necessariamente in contraddizione — si può accelerare la ricerca e chiedere cautela sul dispiegamento — ma la coesistenza dei due messaggi rende difficile leggere l’uno come politica dell’azienda e l’altro come opinione individuale senza sapere quale dei due orienta le decisioni.
Che cosa non sappiamo
Non conosciamo il testo integrale della decisione di designazione della Commissione, né le scadenze entro cui OpenAI dovrà presentare la prima valutazione dei rischi sistemici, né se l’azienda intenda contestare la categoria attribuita. Non sappiamo se il saggio di Pachocki corrisponda a una modifica dei programmi interni: nel materiale disponibile non ci sono impegni operativi, solo un’argomentazione.
L’effetto immediato e verificabile resta quello giuridico: un servizio con oltre 45 milioni di utenti mensili medi nell’Unione entra nella categoria del Digital Services Act che comporta obblighi di valutazione del rischio.
← Archivio · Prima pagina · Editoriali passati · Segnala un errore