Trump sul petrolio iraniano: restare «e tenere il petrolio», e a Kiev di fermare i raid sulle raffinerie
Il presidente statunitense collega il rincaro mondiale del diesel agli attacchi ucraini alle raffinerie russe e ipotizza una permanenza americana in Iran. Intanto il Brent supera i 107 dollari dopo la chiusura dell'oleodotto saudita verso il Mar Rosso.
Nell’edizione delle 6:30 abbiamo raccontato il rinvio senza data del vertice fra Iran e paesi del Golfo che l’Oman aveva convocato a Salalah per oggi. Il rinvio resta il fatto, confermato in giornata: il sultanato ha annunciato il 14 settembre lo slittamento della riunione sul futuro e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, e funzionari iraniani lo hanno confermato. Ma il baricentro della giornata si è spostato a Washington, e riguarda ciò che accade al greggio.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero restare in Iran e «tenere il petrolio» (trad. dall’inglese), sostenendo che il prezzo della benzina scenderà a guerra finita. È una formulazione che sposta l’obiettivo dichiarato dell’operazione militare dal terreno della sicurezza a quello delle risorse, e che il presidente ha pronunciato mentre il mercato si muoveva nella direzione opposta.
Il secondo messaggio: fermare gli attacchi alle raffinerie russe
Nella stessa occasione Trump ha chiesto all’Ucraina di smettere di colpire le raffinerie russe, attribuendo l’aumento mondiale dei prezzi del diesel all’azione di Kiev e non alla guerra con l’Iran. Nel fine settimana l’Ucraina ha colpito altre due raffinerie russe.
L’ordine di grandezza aiuta a capire perché il diesel sia diventato il punto sensibile: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, a febbraio le raffinerie del Golfo e quelle russe hanno fornito quasi metà del diesel mondiale trasportato per mare. Le due aree che pesano per quella quota sono entrambe dentro il conflitto, ma per ragioni diverse e documentate in modo diverso: le raffinerie russe risultano colpite dai raid ucraini, mentre per il Golfo il materiale disponibile attesta il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz e la chiusura dell’oleodotto saudita est-ovest dopo attacchi di droni, non attacchi alle raffinerie. La richiesta americana a Kiev interviene sull’unico dei due fronti su cui Washington chiede un cambiamento di comportamento, e non contiene una posizione sulla legittimità dei bersagli.
Trump attribuisce il rincaro globale del diesel agli attacchi ucraini, non alla guerra con l’Iran.
Il canale che resta, e quello che si è chiuso
Il dato di mercato è arrivato lunedì mattina. Il Brent è salito del 2,51% a 107,27 dollari al barile in avvio di seduta europea, dopo che venerdì l’Arabia Saudita ha chiuso il principale oleodotto est-ovest verso il Mar Rosso in seguito ad attacchi di droni. Quell’oleodotto era la via di uscita alternativa: consentiva al regno di aggirare lo Stretto di Hormuz, bloccato a causa della guerra con l’Iran. Con la condotta ferma, l’unica strada resta quella su cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e che oggi non è percorribile in condizioni ordinarie. In giornata il Brent è rimasto oltre i 100 dollari, con quotazioni intorno a 107,5.
Gli analisti citati dalle rilevazioni di mercato considerano a rischio sia il traffico nello Stretto sia quello a Bab el-Mandeb, e indicano il timore di prezzi elevati per un periodo prolungato.
Il blocco navale in cifre
Sul piano militare, il Comando centrale statunitense ha aggiornato il conteggio delle navi interessate dal blocco contro l’Iran: 101 mercantili deviati fino al 13 settembre, secondo quanto riferito il 14 settembre alle 03:19 dal quotidiano egiziano Al-Dostor sulla base di un messaggio di Centcom. Il comando ha indicato la presenza del cacciatorpediniere USS John Paul Jones nelle operazioni navali collegate.
Nello stesso quadrante si è verificato un episodio che riportiamo con una riserva esplicita. Secondo i media statali iraniani, ripresi il 14 settembre da Just Security, il 13 settembre una nave da carico iraniana è stata colpita al largo dell’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz: una persona uccisa e quattro ferite, con il governatore di Qeshm che ha attribuito l’attacco a un «nemico terrorista» (trad. dall’inglese) senza indicare responsabili. La notizia proviene al momento da un’unica origine (media statali iraniani); nessuna conferma indipendente disponibile, e ai sensi del nostro statuto una fonte di stato vale come attribuzione, non come riscontro.
Che cosa non sappiamo
Non sappiamo se l’ipotesi di una permanenza americana in Iran corrisponda a una pianificazione o resti un’affermazione politica: nel materiale disponibile non figura alcun atto formale. Non sappiamo quando l’oleodotto saudita tornerà in servizio, né quali danni abbia riportato. Trump ha inoltre ridimensionato un rapporto secondo cui l’Iran avrebbe ottenuto da entità cinesi immagini satellitari di una base in Giordania prima dell’attacco di luglio in cui sono morti tre militari statunitensi: il contenuto di quel rapporto, e chi lo abbia prodotto, non risulta dal materiale a nostra disposizione.
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