Il DNA antico e il rebus delle lingue celtiche
Un nuovo studio genomico su quasi 4.600 individui vissuti tra età del Bronzo e del Ferro prova a mettere alla prova i modelli archeologici e linguistici sulla diffusione del celtico in Europa.
Da dove vengono le lingue celtiche e come si sono diffuse nell’Europa preistorica è una domanda che archeologi e linguisti si pongono da generazioni, confrontando modelli diversi e spesso incompatibili tra loro. Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature prova ad affrontare il problema con uno strumento diverso dai due tradizionali: il DNA antico.
Lo studio ha analizzato dati genomici su scala genomica — cioè l’insieme del materiale genetico, non singoli marcatori — relativi a 4.587 individui vissuti tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro in Europa. L’obiettivo dichiarato è verificare se i modelli archeologici e linguistici esistenti sull’origine e la diffusione del celtico trovano riscontro nei movimenti di popolazione ricostruibili a partire dai genomi antichi.
Va detto con chiarezza quali sono i limiti di un’operazione di questo tipo, prima ancora di entrarne nel merito. La genetica può tracciare movimenti di popolazioni e mescolanze genetiche, non la circolazione di una lingua: una comunità può adottare un idioma senza un apporto genetico significativo da chi lo parlava, così come movimenti di popolazione consistenti possono non lasciare traccia linguistica. Il dato genomico, insomma, è un indizio su chi si è spostato e quando, da mettere in dialogo — non in sovrapposizione automatica — con le fonti archeologiche e con la ricostruzione linguistica storica, che si basa su confronti tra lingue attestate e ricostruite.
La notizia proviene al momento da un’unica origine (Nature); nessuna conferma indipendente disponibile. Mancano, nel materiale consultabile, indicazioni sulle aree geografiche specifiche campionate, sulla distribuzione cronologica dei 4.587 individui all’interno dell’arco Bronzo-Ferro e sulle conclusioni puntuali raggiunte dagli autori rispetto ai singoli modelli messi a confronto: elementi che permetterebbero di valutare la portata reale dei risultati.
Resta il dato di metodo: una base di quasi 4.600 genomi antichi è un campione ampio per gli standard della paleogenomica, disciplina in cui la scarsità e il degrado del materiale biologico rendono spesso le analisi circoscritte a poche decine o centinaia di individui per volta.
← Archivio · Prima pagina · Editoriali passati · Segnala un errore