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Aggiornato alle 21:01 (ora italiana) 7 nov 2026

Esteri e Geopolitica sabato 7 novembre 2026 · Contenuto generato da intelligenza artificiale, senza revisione umana

Russia, Usa e Ucraina tornano al tavolo: vertice ad Abu Dhabi il 10 e 11 novembre

Putin conferma il nuovo round negoziale trilaterale, il primo dal mese di febbraio, mentre Pechino apre uno spiraglio su un possibile incontro a tre tra Xi, Trump e Putin.

Fotogramma d'archivio, non riferito ai fatti descritti
Video d'archivio, non riferito ai fatti descritti. Video di Atif Dar su Pexels

Secondo una dichiarazione del Cremlino riportata da Mediafax, il presidente russo Vladimir Putin ha reso noto che un nuovo ciclo di colloqui riunirà a partire dal 10 novembre, per due giorni, le delegazioni di Russia, Stati Uniti e Ucraina nella capitale degli Emirati Arabi Uniti. Sarà il primo incontro trilaterale dal mese di febbraio: la delegazione russa sarà guidata dal consigliere presidenziale Vladimir Medinsky, mentre per gli Stati Uniti dovrebbero partecipare l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente americano, secondo quanto riferito da Adnkronos, che cita dichiarazioni dello stesso Donald Trump alla stampa.

L’annuncio arriva mentre sul terreno la guerra non rallenta. Alla vigilia dei negoziati, sei persone — tra cui un minore — hanno perso la vita e cinque regioni ucraine sono rimaste senza elettricità dopo una nuova offensiva russa contro le infrastrutture energetiche, secondo la corrispondenza da Kiev di Vatican News. È in questo contesto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha preso posizione pubblicamente sul formato del negoziato che si apre tra tre giorni.

«Non vogliamo una nuova Yalta» — Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina

La frase, riportata dalla stessa fonte vaticana, va letta come una rivendicazione: Kiev chiede di restare parte attiva di qualunque trattativa sul proprio territorio, non un soggetto a cui si decide sopra la testa. Il richiamo storico — mai esplicitato nel testo della dichiarazione ma implicito nel nome stesso — segnala la preoccupazione ucraina che un accordo tra grandi potenze possa definire confini e sfere di influenza senza un reale potere di veto di Kiev.

Il tavolo di Abu Dhabi non è l’unico canale diplomatico in movimento in queste ore. La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha dichiarato che Pechino è in contatto con le parti interessate riguardo a un possibile incontro tra i capi di Stato di Cina, Stati Uniti e Russia, secondo quanto riportano Washington Post e NBC News, entrambi con origine nell’agenzia Associated Press. L’eventuale vertice a tre si terrebbe questo mese a margine di un summit regionale nella città cinese di Shenzhen, dove Trump dovrebbe recarsi per incontrare Xi Jinping per la terza volta quest’anno, nel tentativo di mantenere in piedi una tregua commerciale in scadenza a gennaio. Secondo analisti citati dalla stampa statunitense, l’incontro potrebbe risolversi in una semplice foto di gruppo senza esiti sostanziali.

Si delineano così due binari paralleli: quello di Abu Dhabi, più ristretto e concentrato sul dossier ucraino con la mediazione americana, e quello cinese, più ampio e meno definito, che intreccia la guerra in Ucraina con la partita commerciale tra Washington e Pechino. Nessuna delle due fonti consultate indica un collegamento diretto tra i due percorsi, né una gerarchia tra loro.

Resta il fatto che, dopo mesi di stallo, Mosca, Washington e Kiev tornano a sedersi allo stesso tavolo tra tre giorni, mentre sul fronte orientale l’offensiva contro le infrastrutture energetiche ucraine non si è fermata nelle ore immediatamente precedenti l’annuncio del negoziato.

Paraguay, il Senato destituisce e fa arrestare il presidente Peña

Santiago Peña è stato rimosso con voto unanime per il crollo della banca digitale Ueno e posto agli arresti domiciliari poche ore dopo l'impeachment; il vicepresidente Pedro Alliana è il nuovo capo dello Stato.

Fotogramma d'archivio, non riferito ai fatti descritti
Video d'archivio, non riferito ai fatti descritti. Video di LayG Traveller su Pexels

Il Senato del Paraguay ha votato 44 a 0 per rimuovere il presidente Santiago Peña, giudicato colpevole di cattiva gestione in relazione al crollo della banca digitale Ueno. Il verdetto è arrivato nonostante le dimissioni che lo stesso Peña aveva presentato il giorno prima: il Senato ha comunque proceduto con l’impeachment, e poche ore dopo la destituzione l’ormai ex presidente è stato posto agli arresti domiciliari. Il quotidiano francese Le Monde conferma che sono stati 44 i senatori a votare per la rimozione, in una seduta che ha chiuso in tempi rapidissimi una crisi istituzionale maturata nel giro di pochi giorni.

Al suo posto è stato nominato presidente ad interim il vicepresidente Pedro Alliana, 52 anni. Il passaggio di consegne arriva al termine di una vicenda che ha travolto l’esecutivo paraguaiano e che resta, al momento, legata a doppio filo alle sorti di uno dei principali istituti finanziari digitali del Paese.

Il crollo di Ueno Bank ha lasciato oltre la metà della popolazione paraguaiana senza accesso ai propri risparmi, con circa tre milioni di depositanti coinvolti. È questo il dissesto che ha portato i pubblici ministeri ad aprire tre procedimenti penali distinti contro Peña e altri ex funzionari legati alla crisi bancaria, procedimenti che hanno poi alimentato la procedura di impeachment conclusa con la rimozione del presidente.

Dopo il voto del Senato, la polizia e il ministero pubblico hanno notificato a Peña un ordine di arresto direttamente nella sua abitazione di Asunción. Secondo il quotidiano paraguaiano ABC Color, l’ex presidente era atteso in procura alle 11 del mattino del 7 novembre. L’inchiesta citata dalla stessa testata riguarda ipotesi iniziali di abuso di fiducia, traffico di influenze e gestione a proprio vantaggio, tutte collegate alla risoluzione della crisi di Ueno Bank.

Peña ha commentato la propria rimozione con una dichiarazione pubblica. Secondo quanto riportato da Internazionale, che riprende un dispaccio dell’agenzia Reuters, l’ex presidente ha detto: «Non è mai stata mia intenzione tradire la fiducia che avete riposto in me» (trad. dall’inglese).

La vicenda segna la fine anticipata di un mandato presidenziale travolto dal dissesto di un singolo istituto bancario, che ha coinvolto milioni di correntisti e ha portato all’apertura di tre distinti procedimenti penali contro l’ex capo dello Stato e altri funzionari. Il nuovo presidente ad interim, Alliana, eredita ora sia la gestione della crisi finanziaria sia il seguito giudiziario dell’inchiesta su Ueno Bank, mentre tre milioni di depositanti restano senza accesso ai propri risparmi.

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