Islanda, il No vince con il 52,8%: niente mandato per riaprire i negoziati con l'Ue
I risultati definitivi della consultazione del 29 agosto: 225.031 votanti, affluenza all'82,5%. Il Sì prevale soltanto nelle due circoscrizioni di Reykjavík; nelle altre quattro passa il No. Il quesito riguardava la riapertura del negoziato, non l'adesione.
Il referendum islandese di sabato si chiude con il No al 52,8% e il Sì al 47,2%. Ne avevamo scritto il 26 agosto, alla vigilia del voto; oggi arrivano i risultati definitivi, e sono il primo dato certo di questa vicenda.
L’affluenza è stata di 225.031 votanti, pari all’82,5% degli aventi diritto: una partecipazione che rende difficile derubricare l’esito a scarto marginale, anche se il margine tra i due schieramenti è di poco più di cinque punti e mezzo, secondo lo scrutinio riportato da ANSA.
La distribuzione territoriale è la parte più leggibile del risultato. Il Sì ha vinto soltanto nelle due circoscrizioni della capitale — Reykjavík Sud con il 54,49% e Reykjavík Nord con il 57,51% — mentre nelle quattro circoscrizioni restanti ha prevalso il No, come riportato dal Post. È una frattura tra area urbana e resto del paese che ricalca la geografia economica dell’isola più di quanto ricalchi quella dei partiti.
Conviene ricordare cosa fosse in gioco, perché il titolo del voto è stato spesso semplificato. Il quesito non chiedeva agli islandesi se entrare nell’Unione europea: autorizzava soltanto la riapertura del negoziato di adesione, con l’intesa che un eventuale accordo sarebbe stato sottoposto a un secondo referendum. Il processo era stato abbandonato nel 2015, dopo la chiusura di 11 capitoli. Il No, quindi, non chiude una porta sull’adesione: nega il mandato a rimettersi al tavolo.
Il tema che ha dominato la campagna è stato il controllo della pesca, un settore che vale circa il 40% delle esportazioni islandesi. Un sondaggio Gallup precedente al voto indicava il 90% delle imprese legate alla pesca contrarie all’adesione. È il numero che spiega meglio di altri perché il Sì si sia fermato ai due collegi della capitale: fuori da Reykjavík il peso relativo del settore ittico nell’economia locale è più alto, e la posta del negoziato — la gestione delle quote e delle acque — cessa di essere una questione astratta di sovranità.
La prima ministra Kristrún Frostadóttir ha letto il risultato come una conferma dello statu quo, sostenendo che in Islanda «le persone sono molto soddisfatte dell’accordo SEE», come riferisce Euronews. L’accordo sullo Spazio economico europeo è il quadro dentro cui l’isola partecipa al mercato interno senza essere membro dell’Unione, ed è quello che resta in piedi dopo il 29 agosto.
Sul piano europeo il dato che conta è duplice. Da un lato l’allargamento a nord, che negli ultimi anni era stato riaperto nel dibattito insieme all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, perde il suo candidato più immediato: non c’è un negoziato islandese da riavviare, e non ci sarà finché non intervenga un nuovo pronunciamento politico. Dall’altro il margine — poco più di cinque punti — e il 47,2% raccolto dal Sì indicano che la questione resta divisiva in un paese dove la partecipazione ha sfiorato l’83%.
Nell’immediato non cambia nulla nei rapporti tra Reykjavík e Bruxelles: restano in vigore l’accordo SEE e le intese connesse, e i capitoli negoziali chiusi nel 2015 restano dove erano.
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