Lettere assire lette senza rompere le buste: la scansione entra negli archivi di Kanesh
Storia nuova rispetto al mattino, che sulla Cultura si era occupato di premi e stagioni teatrali: una tecnologia di scansione consente per la prima volta di leggere tavolette cuneiformi ancora sigillate. Fra i testi, una lettera di 3.800 anni fa scritta da una donna.
Per secoli l’assiriologia ha lavorato con un vincolo materiale semplice e distruttivo: la corrispondenza cuneiforme veniva spesso chiusa in buste d’argilla, e per leggere il messaggio bisognava spezzare la busta. Il contenitore, con i suoi sigilli e le sue impronte, andava perduto per far emergere il contenuto.
Uno studio firmato da C. Michel e colleghi, pubblicato sulla rivista npj Heritage Science, riferisce che per la prima volta una tecnologia di scansione ha permesso agli studiosi di leggere i messaggi senza distruggere l’involucro (Archaeology Magazine). La notizia proviene al momento da un’unica origine — la rivista Archaeology Magazine, che dà conto dello studio — e non dispone di conferme indipendenti negli estratti a nostra disposizione.
Che cosa è stato letto
Fra i testi resi leggibili nell’antica città di Kanesh compare una lettera di 3.800 anni fa inviata da una donna di nome Anna-anna al marito Ennum-Ashur. Nel testo Anna-anna manifesta frustrazione per i tentativi di recuperare dell’argento dovuto al marito e lamenta che il debitore rifiuta di pagare direttamente a lei (Archaeology Magazine).
Il valore documentario è duplice. Da un lato una voce femminile in una corrispondenza commerciale dell’età del bronzo, con un problema pratico di riscossione. Dall’altro il dato che la lettera registra: una donna si occupa di una partita di credito del coniuge, e il debitore rifiuta di saldarla nelle sue mani. Le ragioni di quel rifiuto non compaiono negli estratti disponibili.
I limiti della notizia
Gli estratti disponibili non specificano quale tecnica di scansione sia stata impiegata, con quale risoluzione, su quante tavolette e con quale tasso di leggibilità. Non indicano dove siano conservati i documenti né chi abbia finanziato la ricerca. Uno studio singolo, per quanto pubblicato su rivista, non equivale all’adozione di un metodo da parte della comunità scientifica: la conferma passerà dalla replicabilità su altri archivi e dal giudizio di gruppi indipendenti.
Una campagna di scavo in Anatolia
Nella stessa settimana, gli archeologi impegnati nell’antica città di Pompeiopolis, nel nord della Türkiye, hanno annunciato l’8 settembre 2026 di aver riportato alla luce un’area di circa 105 metri quadrati (Arkeonews). Anche in questo caso la notizia proviene da un’unica origine — la comunicazione della missione archeologica ripresa dalla testata specializzata — senza riscontri indipendenti disponibili.
La stessa fonte segnala altre due attività di scavo della settimana: una sepoltura dell’età del ferro nel nord della Scozia e legni lavorati preistorici sulle rive di un lago della Grecia meridionale.
Perché lo pubblichiamo dichiarando la fragilità
Questo giornale aveva già segnalato, il 30 agosto, come l’informazione archeologica arrivi spesso attraverso una sola origine e con tempi decisi dalle missioni stesse: lo scrivemmo a proposito del carico romano nel lago di Neuchâtel (Redazione Zero, 30 agosto 2026). La regola vale anche oggi: comunicati di scavo e note di rivista sono materiale di parte interessata, e il perimetro di ciò che si può affermare è quello che la fonte dichiara.
Il dato verificabile di oggi resta quello dell’ampiezza dell’area scavata a Pompeiopolis e l’esistenza di una pubblicazione su npj Heritage Science che descrive la lettura non distruttiva di tavolette sigillate.
Fonti: Archaeology Magazine (su studio di C. Michel e altri, npj Heritage Science 2026), Arkeonews.
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