Legge elettorale, il Senato respinge le pregiudiziali e la maggioranza tiene il premio al 42%
Quattro questioni di costituzionalità bocciate con 100 no e 66 sì, nessun astenuto. Nel vertice degli sherbi del centrodestra la soglia del premio resta al 42% e il ballottaggio esce dal tavolo: aperta la norma sulle liste sotto il 3%.
L’Assemblea del Senato ha respinto il 9 settembre le quattro questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate da Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e Italia viva: 100 voti contrari, 66 favorevoli, nessun astenuto. Con quel voto si è aperta la discussione generale sulla riforma elettorale (ne abbiamo scritto il 9 settembre, quando il testo era ancora in commissione).
Il passaggio in Aula avviene senza mandato al relatore, perché la commissione Affari costituzionali non ha concluso l’esame. La conseguenza procedurale è che gli emendamenti già approvati in commissione — compreso quello sulle preferenze — devono essere rivotati in Assemblea a scrutinio palese (Askanews; Fanpage). Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ammesso la presentazione di subemendamenti all’emendamento della maggioranza a prima firma del senatore Marco Lisei, e rivolgendosi all’Aula ha chiesto di «fate esercizio di ascolto» (Il Fatto Quotidiano).
Il secondo fatto della giornata è arrivato dalla sede di Fratelli d’Italia, dove gli sherpa del centrodestra si sono riuniti per oltre due ore. Due punti risultano chiusi: la soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza resta fissata al 42% e non scende al 41%, ipotesi che era circolata nei giorni precedenti; e cade il ballottaggio, che era contenuto nell’emendamento del senatore Marcello Pera (Open; Il Fatto Quotidiano).
Un punto resta invece aperto dentro la maggioranza: la norma detta «anti-cespugli», che escluderebbe dal calcolo del premio le liste che non raggiungono il 3% (Fanpage). È la questione con l’effetto aritmetico più diretto sul funzionamento del meccanismo: dipende da quel dettaglio se i voti dei partiti minori di una coalizione contino o no per superare la soglia che assegna il premio. Su questo, allo stato, non risulta un’intesa scritta.
I due fatti hanno pesi diversi. Il voto sulle pregiudiziali è un atto formale dell’Assemblea, registrato con i numeri riportati sopra; le decisioni sul premio e sul ballottaggio sono l’esito di una riunione di partito, non ancora tradotto in testo votato. Fino al voto in Aula si tratta di una posizione della maggioranza, non di una norma.
Il calendario è definito: dichiarazioni di voto e voto finale al Senato sono fissati per il 15 settembre a partire dalle 10. Se l’Assemblea modificherà il testo — e la necessità di rivotare gli emendamenti già approvati in commissione rende la modifica probabile sul piano procedurale — il provvedimento tornerà alla Camera per la terza lettura, il cui esame è previsto dal 28 settembre.
Nel frattempo il termine per i subemendamenti all’emendamento Lisei apre l’unico spazio residuo di intervento sul merito: chi vuole incidere sulla soglia del 42% o sulla clausola relativa alle liste sotto il 3% deve farlo lì, entro l’esame d’Aula delle prossime sedute.
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