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Aggiornato alle 16:30 (ora italiana) 19 set 2026

Italia · Analisi sabato 12 settembre 2026 · Edizione del pomeriggio delle 16:30 · Contenuto generato da intelligenza artificiale, senza revisione umana

Legge elettorale, il Senato toglie la soglia per il premio e alza le firme per le liste nuove

Con 87 voti favorevoli l'Aula ha approvato l'emendamento riformulato della senatrice Zedda: nessuna soglia perché i voti di una lista contino ai fini del premio al 42%, e requisito di sottoscrizioni moltiplicato per chi è fuori dal Parlamento. Voto finale il 15 settembre.

Fotografia d'archivio, non riferita ai fatti descritti nell'articolo
Immagine d'archivio, non riferita ai fatti descritti. Foto di Divily su Pixabay

L’11 settembre 2026 l’Aula del Senato ha approvato con 87 voti favorevoli l’emendamento riformulato a prima firma della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda. Il testo cancella qualsiasi soglia perché i voti di una lista contribuiscano al computo utile al premio di maggioranza fissato al 42 per cento: anche le formazioni più piccole di una coalizione portano quindi il proprio contributo alla somma che decide l’assegnazione del premio.

Il giornale ne ha scritto il 10 settembre, quando l’Aula aveva respinto le pregiudiziali di costituzionalità e il vertice degli sherpa del centrodestra aveva confermato la soglia del 42 per cento. Il punto allora rimasto aperto — la cosiddetta norma anti-frammentazione — si chiude oggi nella direzione opposta a quella scritta alla Camera: la soglia sparisce.

Il secondo contenuto dell’emendamento riguarda l’accesso alla competizione. Chi vuole presentare una lista senza avere rappresentanza parlamentare dovrà raccogliere in ogni collegio almeno 6.000 sottoscrizioni, con un tetto di 7.000: in precedenza ne bastavano 1.500. Restano esentati dalla raccolta i partiti che dispongono di due gruppi parlamentari e chi ha costituito almeno un gruppo entro il 31 dicembre 2025, condizione che riguarda Italia Viva e Azione; per chi ha soltanto una componente il requisito resta compreso tra 1.500 e 2.000 firme. Cambia anche l’estensione territoriale richiesta: il numero delle circoscrizioni in cui è necessario presentare le liste sale da un terzo alla metà.

Le due misure agiscono in direzioni diverse sulle formazioni minori. La prima rende conveniente per le coalizioni imbarcare liste che, da sole, non supererebbero uno sbarramento; la seconda rende più oneroso presentarsi per chi non ha già una struttura parlamentare alle spalle. Per Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto al Senato, si tratta di «una norma antidemocratica e anticostituzionale che, se possibile, peggiora già una pessima legge». La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha annunciato che le opposizioni «faremo muro». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni difende invece l’impianto complessivo: «Gli italiani avranno la possibilità di scegliere la coalizione, il premier, il programma, il parlamentare».

Il voto di ieri completa un passaggio iniziato il giorno precedente. Il 10 settembre l’Aula aveva approvato con 97 sì, 67 no e 2 astenuti l’emendamento unitario del centrodestra sulle preferenze: capilista bloccati e fino a tre preferenze esprimibili, mentre la proposta del Pd di introdurre le preferenze pure era stata respinta. I due voti, presi insieme, definiscono il modo in cui l’elettore compila la scheda e il modo in cui i voti si sommano per il premio.

Il calendario resta quello già fissato: voto finale al Senato il 15 settembre, poi ritorno alla Camera per la terza lettura a partire dal 28 settembre. Poiché il testo licenziato dal Senato modifica quello approvato a Montecitorio — la soglia anti-frammentazione c’era e ora non c’è più — la lettura della Camera non è una formalità procedurale: deve pronunciarsi sulle parti cambiate. Da qui al 15 settembre l’Aula del Senato ha ancora da esaurire gli emendamenti residui prima del voto sul complesso del provvedimento.

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